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L'assassinio di John Fitzgerald Kennedy
 
 
I portavoce della teoria ufficiale
 

Gerald Posner

e il suo

“Case Closed”

gp
 
Verso la fine del 1993, poco prima del 30° anniversario dell’assassinio di Kennedy, un avvocato di New York, Gerald Posner, iniziò a promuovere il suo nuovo libro dal titolo “Case closed: Lee Harvey Oswald and the assassination of JFK”, in cui coraggiosamente annunciava che il caso del secolo era stato risolto. Televisioni, radio, quotidiani e periodici, furono ben lieti di uniformarsi in massa alla perfezionata teoria “dell’assassino unico”, abbracciando il nuovo portavoce di coloro che sostenevano le conclusioni della Commissione Warren. Dopo tutto, la maggior parte dei media avevano per lungo tempo appoggiato la teoria riproposta da Posner, a dispetto di quel 80-90 % di americani che erano convinti di una cospirazione.

Riuscì Posner a far cambiare idea alla maggioranza dell’opinione pubblica? No, per niente.

Come era già successo con il Rapporto Warren, appena si cominciò ad esaminarne il contenuto ci si accorse che “Case closed” faceva acqua da tutte le parti. E come era già successo dopo la pubblicazione del Rapporto Warren, il primo critico ad informare sulle manipolazioni e le omissioni di Posner fu colui che possiamo definire, senza alcun dubbio, il più grande ricercatore sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy; mi riferisco naturalmente ad Harold Weisberg, il quale rispose immediatamente alle falsità di Posner con la pubblicazione di “Case open: the omissions, distortions and falsifications of Case closed”. Basterebbe dare un’occhiata al libro di Weisberg per rendersi conto delle disoneste alterazioni profuse a decine da colui che si illudeva di chiudere la questione JFK.

Di seguito riporto i giudizi di alcuni tra i tanti documentati ricercatori che hanno esaminato ed accertato l’inaffidabilità del libro di Posner:

 

Russ Paielli – “Adesso abbiamo un nuovo Messiah, un finora sconosciuto avvocato di nome Posner, che distorce finti processi e sfrontatamente ci conduce indietro ai gloriosi giorni della Commissione Warren. L’idea che Posner possa essere il massimo esperto dell’assassinio di Kennedy, o anche solo uno dei primi 50, rappresenta un insulto all’intelligenza del popolo americano”.

James Folliard – “Case closed è un’opera intellettualmente disonesta”.

Wallace Milam – (1) “Alla luce della persistente metodologia di Posner, suggerisco una nuova parola per il nostro linguaggio. POSNERIZE: ignorare, distorcere o manipolare prove allo scopo di ottenere il fine desiderato (vedi MISLEAD)”.

(2) “Il libro di Posner è fondamentalmente disonesto”.

Peter Dale Scott – “In Case closed, alcune delle più deboli argomentazioni della Commissione Warren sono state consolidate con metodi sospetti e persino con falsità. Il sistematico ricorso a questo modo di operare mette in discussione la buona fede dell’intero libro”.

Stewart Galanor – “La presentazione di Posner delle prove dell’assassinio è artificiosa e ingannevole”.

David Wrone – “Il libro di Posner è un esempio stellare di pubblicazione irresponsabile”.

 

Ma se a qualcuno venisse il dubbio che i pareri appena citati siano semplicisticamente il frutto di una posizione complottista, basta andarsi a leggere il libro di Posner e confrontarlo con la documentazione ufficiale. Fatto questo ci si accorgerà che esiste ben poco margine per contestare i pesanti giudizi sul contenuto di Case closed e su colui che l’ha scritto. Eccovi un po’ di esempi del modo in cui Posner seleziona, stravolge o ignora le prove, a cominciare dalla controversa collocazione della ferita alla testa di JFK.

 

Probabilmente uno degli aspetti più nauseanti del libro di Posner è il tentativo di screditare le dichiarazioni di gran parte dei medici del Parkland Hospital. La maggior parte dei dottori dell’ospedale di Dallas dichiarò dei aver visto una larga ferita nella parte posteriore destra della testa di Kennedy. La posizione e le proporzioni della ferita descritta erano assolutamente compatibili con uno sparo frontale, come le sequenze del film di Zapruder chiaramente lasciano intendere. Ma volendo supportare lo sparo da dietro teorizzato dalla Commissione Warren, Gerald Posner si vede costretto nella disperata opera di dover convincere i suoi lettori del fatto che quei medici, tutti, si erano sbagliati, e che la ferita, in realtà, si trovava nella parte superiore della testa. Per sostenere questo “errore di gruppo” Posner comincia col dire che, essendo presi totalmente dai loro tentativi di salvare la vita del Presidente, nessuno dei medici si preoccupò di esaminare la ferita alla testa, e quindi valutarne correttamente la posizione.

A pagina 308 Posner scrive: “….. è discutibile il fatto di fare affidamento su alcune affermazioni dei dottori del Parkland Hospital a proposito della ferita alla testa. Per loro stessa ammissione, essi non la esaminarono nel dettaglio”. Niente di più mistificatorio e fuorviante. In tutti i casi, l’esame non accurato della ferita non implica necessariamente il fatto che i medici non potessero nemmeno stabilirne correttamente la posizione. Anzi, è del tutto irrazionale credere che quei dottori non si fossero preoccupati di osservare la ferita alla testa, quando era evidente che l'unica ragione che poteva rendere vani i loro tentativi di salvare il Presidente era proprio la vastità di quella ferita.

A pagina 309 leggiamo una dichiarazione del Dr. Marion Jenkins, rilasciata a Posner in persona: “Noi stavamo tentando di salvare la vita del Presidente, e nessuno aveva il tempo di esaminare la ferita alla testa”.

Ma nella sua più credibile testimonianza (sotto giuramento) davanti alla Commissione Warren, le parole di Jenkins erano state ben diverse: “……ebbi il tempo di prestare più attenzione alla ferita alla testa…..e allora la mia attenzione tornò alla ferita alla testa……la mia valutazione della ferita al collo fu in qualche modo sovrastata dalla consapevolezza della ferita alla testa……”

Sempre a pagina 309 Posner riporta una dichiarazione rilasciatagli dal Dr. Baxter: “Quando vedemmo che il Presidente era morto nessuno di noi ebbe il coraggio di esaminare la ferita alla testa, in presenza di Mrs. Kennedy”.

Ma Baxter alla Commissione Warren disse: “….. noi avemmo la possibilità di osservare la ferita alla testa, e fu chiaro che non potevano esserci speranze….”.

Per quanto riguarda la posizione della ferita alla testa, secondo le interviste di Posner, sia Jenkins che Baxter, dichiararono di non aver mai detto che quella ferita si trovasse nella parte posteriore della testa.

Ma il reperto 392 della Commissione Warren, contiene le dichiarazioni rilasciate il 22 novembre 1963 dai due medici:

Baxter “Una parte del cranio nella zona occipito-temporale destra era mancante, e il cervello era sparso sul tavolo operatorio”.

Jenkins “C’era una grossa lacerazione nella parte destra della testa (temporale ed occipitale)”.

 

Dopo aver precisato che l'occipite si trova nella parte posteriore della testa, vediamo, allora, se riusciamo a trovare qualche conferma del Posner-pensiero, dalle testimonianze di altri diretti interessati:

 

Mr. SPECTER. Cosa osservò della ferita alla testa del Presidente?

Dr. PERRY. Non vidi altre ferite oltre a quella di cui le dicevo prima. Era una larga ferita nell’area occipito-parietale destra, ma io non feci un’esame approfondito della testa (6 H 11).

…………………..

Mr. SPECTER. Dr. Perry, cosa osservò delle sue condizioni?

Dr. PERRY. Si, c’era una larga avulsiva ferita nella parte posteriore destra del cranio. Non posso stabilirne le misure poiché non la esaminai, ma notai la presenza di tessuti di cervello lacerati (3 H 368)

 

Commento: Posner potrebbe lanciarsi come un avvoltoio su queste affermazioni del Dr. Perry. Comunque, anche se Perry non esaminò la ferita nel dettaglio, vide perfettamente dove si trovava. Infatti, in almeno due occasioni, il medico non ebbe dubbio alcuno sul dove posizionare la ferita. E guarda caso la collocò nel punto in cui l’avevano vista tutti i suoi colleghi.

 

…..e allora vediamo cosa dissero altri medici….

 

Mr. SPECTER. Prima di passare alla descrizione del suo operato in riferimento alla tracheotomia, può darci un’ampia descrizione delle sue osservazioni riguardo alla ferita alla testa?

Dr. McCLELLAND. Dopo essermi posizionato alla testa del tavolo operatorio, per aiutare nella tracheotomia, fui nelle condizioni di poter ESAMINARE MOLTO DA VICINO la ferita alla testa, e notai che la parte posteriore destra del cranio era stata distrutta (6 H 33).

 

Mr. SPECTER. Quando lei arrivò, cosa vide delle condizioni del Presidente?

Dr. CLARK. ………….. a questo punto ESAMINAI la ferita nella parte posteriore della testa. Essa era una larga ferita aperta nella parte posteriore destra, con tessuti cerebrali danneggiati ed esposti …… (6 H 20).

 

Commento: dopo le parole di McClelland e Clark (quest’ultimo era addirittura un neurochirurgo) sfido chiunque a dire che nessun medico aveva esaminato la ferita, o che essi non stabilirono correttamente la sua posizione.

 

Mr. SPECTER Ci descrive più precisamente possibile la natura della ferita alla testa del Presidente?

Dr. CARRICO. Era una larga ferita aperta, localizzata nell’area occipito-parietale destra. Direi che misurava da 5 a 7 cm., più o meno circolare, con avulsione di tessuti del cuoio capelluto….come ho già detto c’erano brandelli di cervello e di tessuti cerebrali….(6 H 5-6).

Commento: se Carrico riuscì persino a valutare le proporzioni del foro, e tutti gli altri orrendi particolari, è ben difficile poter affermare che aveva dato solo una rapida occhiata, e che non era in grado, quindi, di indicare l’esatta posizione della ferita.

Mr. SPECTER. Osservò delle ferite?

Dr. JONES. Inizialmente notammo una piccola ferita nella parte centrale del collo, che probabilmente non misurava più di 6-7 mm di diametro. C’era, inoltre, una larga ferita nella parte posteriore della testa.

Mr. SPECTER. Vuole descriverci esattamente la natura della ferita alla testa?

Dr. JONES. C’era un largo foro nella zona posteriore della testa…..

 

Mr. SPECTER. Cosa osservò della natura della ferita del Presidente?

Dr. PETERS. Come ho detto, dalla ferita al collo era già stata eseguita la tracheotomia quando arrivai, ma notai la ferita alla testa, e da quel che ricordo c’era un largo foro nell’occipite.

Mr. SPECTER. Cosa notò nell’occipite?

Dr. PETERS. Mi sembrò che nell’area occipito-parietale destra ci fosse un largo foro. C’erano ossa e cervello sparsi, in quel punto.

Mr. SPECTER. Notò altri buchi sotto l’occipite?

Dr. PETERS. No, in quel momento noi meditammo sul numero degli spari che avevano colpito il Presidente, poiché vedemmo la ferita d’entrata alla gola e notammo la larga ferita all’occipite, ed è risaputo che i proiettili ad alta velocità provocano piccole ferite di entrata e larghe ferite in uscita…. 

 

Mr. SPECTER. Osservò qualche ferita quando lo vide per la prima volta?

Dr. AKIN. C’era una ferita al centro del collo, sotto il pomo d’Adamo. Misurava circa 1-1,5 cm in diametro, ma quando la vidi era stata allargata per effettuare la tracheotomia. La parte posteriore destra della testa, nell’area occipito-parietale, era distrutta, con fuoriuscita di materia cerebrale…..

 

Ma abbiamo anche le impressioni di un’infermiera….

 

Mr. SPECTER. In generale cosa osservò riguardo alle condizioni del Presidente Kennedy?

Miss DIANA BOWRON (infermiera). Era molto pallido, e giaceva sulle ginocchia di Mrs. Kennedy. Quando andai dall’altra parte dell’auto vidi le condizioni della sua testa.

Mr. SPECTER. Vide le condizioni della sua testa?

Miss BOWRON. La parte posteriore della sua testa.

Mr. SPECTER. In che condizioni era?

Miss BOWRON. Molto brutte.

Mr. SPECTER. Quanti fori vide?

Miss BOWRON. Vidi un solo largo buco. (6 H 136)

 

….. e di un’agente del servizio segreto….

 

Mr. SPECTER. Cosa osservò delle condizioni del Presidente dopo l’arrivo in ospedale?

Mr. CLINT HILL (Secret Service Special Agent). La parte posteriore destra della sua testa non c’era più. Era sparsa sul sedile posteriore dell’auto. Il suo cervello era aperto. C’era sangue e piccolo pezzi di cervello su tutta la parte posteriore della limousine. Mrs. Kennedy era completamente coperta di sangue. C’era così tanto sangue che non posso dire se c’erano altre ferite, oltre a quella larga apertura nella parte posteriore della testa. (2 H 141)

 

Commento: quando l’agente Hill si recò all’obitorio, con la precisa intenzione di osservare le ferite, egli riportò ancora una volta di aver visto una larga ferita nella parte posteriore destra del cranio.

 

Credo sia sufficientemente chiaro che i medici del Parkland Hospital esaminarono, eccome, la ferita alla testa. E ne definirono esattamente la collocazione. Le insostenibili contestazioni di Posner rappresentano il migliore esempio del totale fallimento del suo libro. Ma andiamo avanti.

 

Pag. 12 – L’autore ci offre alcune prove delle potenzialità psicologiche di Oswald a diventare un assassino, citando lo psicologo Renatus Hartogs, uno screditato testimone apparso al cospetto della Commissione Warren. Hartogs dichiarò che Oswald mostrava tratti ben definiti di pericolosità.

L’avvocato della Commissione Wesley Liebeler gli contestò quell’affermazione, rivelando che nel suo rapporto del 1953 non faceva alcun riferimento ad una presunta pericolosità del ragazzo.

Hartogs allora ritrattò la sua dichiarazione, e Liebeler chiese che fosse aggiunto alla documentazione il testo effettivo del rapporto sottoscritto dallo psicologo nel 1953.

 

Pag. 13 – Posner utilizza false informazioni per attaccare la credibilità della defunta Sylvia Meagher, rispettabilissima autrice e ricercatrice del caso JFK. La Meagher concluse che non esistevano ragioni per dichiarare che Oswald fosse insano di mente. Posner, oltre ad Hartogs, contrappone i rapporti di due psichiatri sovietici, non sapendo, evidentemente, che uno di quei rapporti definisce Oswald “non pericoloso”, e l’altro parla di una persona “completamente normale”. Questo è solo uno dei numerosi esempi di citazioni che dimostrano l’esatto opposto di ciò che Posner intenderebbe sostenere. Un cosiddetto “Posnerismo”.

 

Pag. 127 – Posner scrive che il 29 maggio 1963 Oswald si recò alla Jones Printing Company per ordinare 1000 volantini pro-Cuba. Il suo riferimento è un rapporto FBI dell’agente speciale John McCarthy, concernente un colloquio di quest’ultimo con Myra Silver. Quando le fu mostrata una foto di Oswald la donna non riconobbe in lui l’uomo che le aveva ordinato i volantini.

Anche in questo caso, per supportare le sue affermazioni, Posner cita una testimonianza che, al contrario, le contraddice.

 

Pag. 224 – Secondo Posner, la mattina dell’assassinio, Linnie Mae Randle vide Oswald trasportare un pacco in modo tale da tenerne un’estremità sotto l’ascella mentre l’altra toccava quasi terra. Questo classico e anche un po’ disonesto Posnerismo non è altro che la combinazione di due testimonianze; quella della Randle e quella di suo fratello Wesley Frazier. Lo scopo è di far credere al lettore che il pacco di Oswald fosse abbastanza lungo da poter contenere un fucile. In realtà sia la Randle che Frazier, ripetutamente, ricostruirono la lunghezza di quel pacco in dimensioni che non superavano i 70 cm. Il pezzo più lungo del fucile Mannlicher-Carcano smontato misurava 88 cm.

 

Pag. 225 – I peggiori abusi di Posner, riguardo alle testimonianze, li apprezziamo in riferimento alla posizione di Oswald poco prima della sparatoria. Posner riporta un presunto avvistamento di Oswald, dicendo che Bonnie Ray Williams aveva dichiarato di aver visto il suo collega, alle 11.40, sul lato est del sesto piano, vicino alle finestre che affacciavano sulla Dealey Plaza.

Quello che Posner colpevolmente non dice, è che Williams aveva cambiato versione almeno due volte. All’FBI aveva dichiarato, il 23 novembre 1963, di aver visto Oswald al quinto piano, intorno alle 11.30. Alla polizia di Dallas aveva giurato, poche ore dopo l’assassinio, di non aver più visto Oswald dopo le 08.00 del mattino.

 

Pag. 227 – Posner ripone un’ingiustificata fiducia nel teste Charles Givens, il quale dichiarò, nella sua testimonianza alla Commissione Warren, di aver visto Oswald al sesto piano poco prima di mezzogiorno. Nella dichiarazione rilasciata alla polizia di Dallas il 22 novembre 1963, Givens non fa alcun riferimento ad Oswald. Stesso discorso per la deposizione all’FBI del giorno successivo all’assassinio, e per quella rilasciata sempre all’FBI il 18 marzo 1964.

L`8 aprile 1964, quando Givens, al cospetto dell’avvocato Belin della CW, disse che alle 11.55 del 22 novembre aveva incontrato Oswald al sesto piano del deposito, era la prima volta che parlava di quell’episodio. Anche la scusa del suo ritorno al sesto piano, e cioè il recupero delle sigarette dimenticate, era una circostanza mai accennata in precedenza. Belin gli chiese se avesse mai detto a qualcuno di aver visto Oswald, leggere un giornale, nella Domino Room del primo piano, intorno alle 11.50. La domanda molto precisa di Belin aveva senso solo perchè l’avvocato era a conoscenza del fatto che Givens aveva testimoniato all’FBI esattamente quella circostanza. Ma Givens, sorprendentemente, rispose di no, ritrattando dopo quasi 5 mesi dai fatti una dichiarazione pro-Oswald, sostituendola con un’altra che al contrario rinforzava l’accusa contro il presunto assassino. Charles Givens, che era sorvegliato dalla polizia per reati connessi alla droga, per i quali era stato precedentemente arrestato, non aveva, evidentemente, grossi problemi nell’indossare i panni del disonesto e dichiarare il falso.

Ma l’aspetto più grave di questa storia sta nel fatto che, nonostante la consapevolezza della Commissione Warren dell’inaffidabilità delle parole di Givens, la testimonianza di quest’ultimo fu utilizzata dalla stessa Commissione per aggravare la situazione di Oswald. Sfortunatamente per quei signori, la vergognosa omissione dal Rapporto Warren fu scoperta dalla bravissima ricercatrice Sylvia Meagher, che portò alla luce il rapporto dell’FBI sull’originaria dichiarazione di Givens.

Gerald Posner non ci pensa nemmeno di dare ai suoi lettori tutte queste informazioni, per cui ci ritroviamo di fronte alle solite due alternative. Siamo costretti a scegliere tra un Posner disonesto, almeno quanto Givens, e uno assolutamente ignorante sui fatti connessi al caso che pretende di chiudere. Ai suoi estimatori l’arduo compito.

 

Pag. 233 – Posner sostiene che nessun agente del Servizio Segreto viaggiò attaccato al bordo posteriore della limousine. Anche in questo caso l’autore dimostra la poca confidenza con la documentazione ufficiale, ignorando la testimonianza dell’agente Clint Hill. Comunque, un film scoperto dall’ Assassination Record Review Board conferma le dichiarazioni di Hill, mostrando che l’agente in alcuni momenti del corteo si posizionò, nient’affatto comodamente, nella parte posteriore dell’auto presidenziale.

 

Pag. 247 – Posner accetta il testimone James Worrell, il quale dichiarò di aver visto quella che poteva definire una piccola fiammata seguita da fumo. Posner abbraccia questa descrizione in modo acritico, poiché essa gli consegna un testimone che afferma di aver visto un fucile sparare dalla finestra dove presumibilmente si trovava Oswald. Inoltre, Worrell dichiarò subito dopo di non aver visto, ma di aver sentito, un quarto sparo. Anche in una precedente dichiarazione giurata, Worrell aveva fatto riferimento ad un quarto sparo. Posner, ovviamente, confermando la tendenza a selezionare le testimonianze, o le parti di esse, che sono funzionali alle sue teorie, si guarda bene dal riferire il fatto che Worrell aveva sentito anche un quarto colpo. Ma il bello deve ancora arrivare.

Nel suo libro Posner, affermando categoricamente che le moderne munizioni non producono fumo, cerca di screditare quei testimoni che dichiararono di aver visto, durante la sparatoria, del fumo fuoriuscire da sotto gli alberi della collinetta erbosa. A parte il fatto, evidentemente ignorato da Posner, che gli esperti dell’HSCA ritenevano possibilissimo che nel 1963 lo sparo di un fucile potesse produrre del fumo, come mai l’autore di “Case closed” non ha contestato il fumo visto da Worrell?

 

Pag. 251 – Riferendosi alla controversa testimone Jean Hill, Posner scrive: “Il film di Zapruder mostra che la Hill era immobile e non diceva nulla quando il Presidente passò, e addirittura non stava neppure guardando nel momento in cui Kennedy fu colpito per la prima volta”. Indipendentemente dal fatto che Jean Hill fosse, o meno, una testimone credibile, l’affermazione di Posner è sorprendentemente sbagliata per un autore il cui libro è stato proposto per il premio Pulitzer (!). Infatti la Hill appare solo a partire dal fotogramma Z287, mentre il primo colpo fu esploso, secondo lo stesso Posner, intorno al frame Z160. Ma pur volendo credere che Posner sia inciampato in uno dei tanti errori di “distrazione” e si stesse, in realtà, riferendo al colpo alla testa, lo informiamo che in corrispondenza di Z313 la Hill stava guardando verso il Presidente.

 

Pag. 256 – Nel tentativo di spiegare perchè alcune persone sentirono odore di polvere da sparo, Posner dice che, il giorno dell’assassinio, spirava un vento forte da nord verso sud. Quando cerchiamo di capire su quali fonti basa la sua osservazione, ci accorgiamo che il mitico Gerald sta performando un'altra delle sue spettacolari contraddizioni, ignorando, nel contempo, gli accertamenti di una delle commissioni d’inchiesta. Infatti, dei 5 testimoni citati da Posner, due confermano la teoria del vento da nord, due non indicano alcuna direzione, e un`altro si contrappone ai primi due affermando che il vento spirava da sud. Comunque, l’House Select Committee on Assassinations scoprì che il 22 novembre 1963 il vento soffiava da ovest. Questo significa, nell’ipotesi che i colpi fossero stati sparati dal Book Depository, che gli occupanti delle auto del corteo non avrebbero potuto sentire odore di polvere da sparo. La reale direzione del vento, invece, conferma ed avvalora la possibilità di spari provenienti dalla zona della collinetta erbosa.

 

Pag. 393 – Affrontando il problema del come Jack Ruby era entrato nei seminterrati della centrale di polizia (dove aveva poi sparato il colpo mortale ad Oswald), Posner scrive che non fu mai chiarito se la porta vicino agli ascensori fosse ben chiusa o meno, e non offre alcuna ragione per contestare la dichiarazione dell’agente Patrick Dean secondo cui quella porta non era chiusa. Come la Commissione Warren, Posner conclude che Ruby entrò dalla rampa di accesso dei veicoli, sebbene non esistano testimonianze che lo confermino, ma addirittura ben otto testimoni escludono che Ruby si infilò nei seminterrati scendendo dalla rampa di Main Street.

Ancora una volta Posner ignora un’importante scoperta dell’HSCA, e quindi l’evidenza di una copertura operata dalla polizia di Dallas.

 

Si potrebbe andare avanti per ore con questo tipo di elencazione, dato il vastissimo repertorio di insulti alla verità contenuto in “Case closed”. Certo il mestiere di presentare scorrettamente o disonestamente i fatti non l’ha inventato Posner. Probabilmente molta della storia che abbiamo imparato a scuola non descrive esattamente e obiettivamente gli eventi del passato. Ma chi dovesse aver bisogno di far comprendere il concetto di “disinformazione” può tranquillamente e fiduciosamente far riferimento al volume scritto da Gerald Posner. Da questo punto di vista è sicuramente un ottimo esempio.

 

Giuseppe Sabatino

 

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