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L'assassinio di John Fitzgerald Kennedy
 
 
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In questa pagina desidero dare spazio a tutte quelle Vostre riflessioni che ritengo illuminanti al fine di un contributo alla corretta informazione sui fatti, e che considero imperdibili per il contenuto obiettivamente razionale che non potrà non stimolare i lettori ad un giudizio il più possibile imparziale su quelle che furono, a mio avviso, le imbarazzanti conclusioni della Commissione Warren e dell'HSCA.
 
E - M A I L
Gent.mo Sig. Sabatino,

sto leggendo con vivo interesse gli articoli pubblicati sul Suo sito e non posso che farLe i miei più sentiti complimenti, per il coraggio nell'opporsi alla marea montante della "lone gunman theory" e per il rigoroso buonsenso e la nitida chiarezza dei Suoi argomenti. Per parte mia, mi sono interessato solo superficialmente della vicenda: anni fa acquistai una copia del libro di Verdegiglio e ho rivisto molte volte, su DVD, il film di Stone, superbamente girato e interpretato. Vorrei qui sottoporre alla Sua attenzione alcune osservazioni molto generali e preliminari, che prendono spunto dal tomo di Verdegiglio. In primo luogo, la tendenza a parlare di "complotto", "congiura" o "cospirazione" a proposito delle opinioni di coloro che non condividono le conclusioni della Commissione Warren. Queste "abitudini linguistiche" non sono affatto neutrali, perché le menzionate parole portano ormai con sé screditanti associazioni d'idee, che inducono a pensare a ipotesi bislacche. In realtà, la tesi contraria a quella del "folle solitario" è una tesi, se si vuole, assai banale e risponde all'osservazione elementare per la quale in numerosi casi la responsabilità dell'omicidio non incombe solamente ad un esecutore materiale, ma ad una pluralità di esecutori materiali, ai quali si aggiungono i cosiddetti "concorrenti morali", per usare il gergo del diritto penale italiano, i quali hanno concepito/ideato il delitto e inducono poi altri a commetterlo materialmente, talora avvalendosi all'uopo di mandanti intermedi, anche loro "concorrenti morali" come i mandanti ultimi. E' perciò profondamente fuorviante Verdegiglio quando, avvalendosi anche del pletorico apparato di citazioni che gonfia a dismisura il suo libro, insinua apertamente l'idea che il pensare, nel caso dell'omicidio di Kennedy, ad un delitto del quale siano corresponsabili più persone sia il frutto non dell'applicazione di una massima di esperienza (che ci dice che in molti casi la responsabilità di un omicidio fa capo ad una pluralità di persone), ma di atteggiamenti paranoidi, di un "orrore del caso", della tendenza a ritrovare un disegno anche laddove non vi è che una "pazzesca sequela di coincidenze", ecc. Riflettiamo un attimo: esiste senz'altro il "folle solitario", da Ravaillac in poi, ma esistono anche numerosissimi casi in cui uomini di potere sono stati uccisi in seguito a "congiure", e cioè in seguito ad un'azione concertata tra esecutore o esecutori materiali e mandanti o "concorrenti morali". Qualcuno, forse, potrebbe dubitare che il Presidente della Regione Sicilia Piersanti Mattarella, il Prefetto di Palermo Dalla Chiesa, il Segretario regionale siciliano del PCI La Torre, per stare all'esperienza italiana e per addurre solo alcuni delle migliaia di esempi che si potrebbero portare, sono stati uccisi non da "folli solitari", ma in seguito ad una "congiura" o "cospirazione" o, per usare termini meno suggestivi ed insinuanti e più terra terra, da esecutori materiali che hanno agito su input fornito da "concorrenti morali" (la "Cupola" mafiosa) nell'atto omicidiario? L'uccisione di Giuliano de' Medici e la tentata uccisione del fratello Lorenzo fu dovuta ad un "folle solitario" o non piuttosto alla "congiura" dei Pazzi? Verdegiglio potrebbe risparmiarsi, dunque, tutta la tirata sulla tendenza della mente umana a ravvisare disegni anche laddove non ce ne sono: se dobbiamo ragionare sulla base dell'"id quod plerumque accidit", appare pienamente ragionevole avanzare che, anche nel caso di JFK, vi siano più corresponsabili dell'omicidio, e cioè più esecutori materiali e, inoltre, concorrenti morali, ed è del tutto scorretto qualificare chi formula questa ipotesi banale come un "maniaco del complotto". Non tanto scorretto, quanto ridicolo appare poi il tono ispirato con il quale Verdegiglio afferma di aver scoperto, dopo la sua lunga e pluridecennale indagine sull'uccisione di JFK, che "il Caso esiste". Certo, "il Caso" è il dio di Diego Verdegiglio: ma v'è da dubitare che il far sì che il Presidente degli Stati Uniti d'America divenga il bersaglio di un comodo tiro a segno sia addebitabile al dio "Caso" e non piuttosto, e quantomeno, ad una negligenza in chi aveva il dovere di proteggere l'incolumità del potente. Un'altra osservazione, molto gettonata: si dice spesso che, se vi fosse stata "congiura" o "cospirazione", la cosa sarebbe dovuta venir fuori e qualcuno dei partecipanti ne avrebbe parlato. L'apparente verosimiglianza di quest'affermazione è fasulla. Ci sono numerosissimi casi nei quali non vengono mai a galla i retroscena di un delitto, se gl'inquirenti non vi arrivano in virtù delle proprie indagini. Si pensi all'uccisione del giornalista Carmine "Mino" Pecorelli: senza dubbio non fu l'opera di un "folle solitario", ma vi fu un concerto tra più esecutori materiali e concorrenti morali interessati a far tacere il giornalista, ma nessuno dei "diretti interessati" ha mai rivelato alcunché al riguardo e le dichiarazioni sulle quali si è fondato il processo a Badalamenti, Andreotti, Vitalone, ecc., sono state fatte da persone che parlavano per "sentito dire", come Buscetta, Mancini, ecc., e non per essere tra le persone che si occuparono direttamente della vicenda, nessuna delle quali ha mai parlato. Con il mio vivissimo apprezzamento, non posso che incoraggiarla a proseguire nella sua opera di chiarificazione e di ricerca. Cordiali saluti.

Stefano

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Nik 59 sul reperto CE399 (magic bullet) _________________________________ http://www.jfkennedy.it/phpbb/viewtopic.php?p=441#p441

Mi inserisco nella discussione perchè la questione del reperto CE399 è fondamentale per chiunque ricerchi la verità nel caso JFK.
Condivido le osservazioni di Giuseppe e soprattutto osservo ciò che lui mostra sull’esperimento fatto dall’esercito. Insomma, i proiettili, se li sottoponi ad un certo stress, si fanno male. Tanto male che, per decenza, la commissione non li mostrò al pubblico.
Vi è inoltre l’incredibile interrogatorio fatto a Tomlinson, l’uomo che rinvenne su una barella la famosa pallottola integra. Specter, durante l’interrogatorio, non sottopose il reperto a Tomlinson per l’identificazione, come da prassi. Al contrario, la smenò per un’ora con barelle che entrano ed escono da ascensori e corridoi nel vano tentativo di persuadere il testimone che la pallottola proveniva dalla barella di Connaly, anziché da quella di Kennedy.
Per non parlare delle testimonianze rese alla commissione dal colonnello Fink, da Humes, dal dott. Shaw e dal perito Frazier, tutti concordi nel ritenere impossibili i prodigi compiuti da CE399, proprio per le condizioni di sostanziale integrità in cui si trovava, a dispetto della frattura al radio.
Specter avrebbe anche fatto a meno di imputare la ferita al polso a CE399. La teoria della single bullet che colpisce contemporaneamente Kennedy e Connaly, poteva sopravvivere lo stesso anche senza quella ferita supplementare troppo dannosa per il proiettile magico.
Il problema è che in questo caso avrebbe dovuto ripiegare sull’ultimo proiettile disponibile, quello che si suppose mancò la limousine e che colpì Tague. Supportare questa teoria avrebbe però implicato una nuova acrobazia: la ferita al polso e il successivo atterraggio dalle parti di Tague, con buona pace dei testimoni che videro scintille sull’asfalto e, peggio ancora, la soppressione di ogni congettura sulla tempistica dell’assassinio che poteva estendersi fino a otto secondi (se la ferita al polso è indipendente dalle altre, può collocarsi solo in mezzo fra quella alla gola e quella alla testa, e quindi in uno spazio temporale di 5 secondi).
Alla fine Specter dovette decidersi per il meno peggio. In fondo gli bastava ignorare Fink, Humes, Shaw e Fraizer, parlare con Tomlinson del più e del meno, non convocare a deporre Sibert e O’Neill, screditare tre o quattro testimoni, e farsi dare una mano dai membri della Commissione.
Gli hanno dato una mano in tanti.

……………………………………………………....................................... http://www.jfkennedy.it/phpbb/viewtopic.php?p=399#p399

La pallottola 399 è densa di misteri, al punto che non si può scartare a priori l’ipotesi apparentemente fantasiosa di un proiettile infilato sulla barella di proposito, allo scopo, forse maldestro, di collegare il fucile di Oswald alla sparatoria. Oppure di una sostituzione postuma, come penso io, effettuata dall’FBI con lo stesso scopo.
Non abbiamo soltanto il parere di Fink citato da Prouty, ma anche quello di Humes, del dott. Shaw, del perito Frazier, tutti propensi a scartare l’ipotesi che la pallottola 399 potesse aver causato tutte quelle ferite.
Testimonianze che furono rese alla Commissione Warren.
Ciononostante si fece finta di niente, e per accreditare ugualmente l’ipotesi che quella pallottola aveva le “note proprietà magiche” si acquisirono elementi probanti volti a stabilire che la natura della ferita di ingresso sul polso di Connaly era tale da suggerire che la pallottola doveva aver colpito qualcos’altro prima di avventarsi sul polso. In questo modo si evitava di trovarsi di fronte ad una pallottola di troppo.
Ovviamente, se anche questa tesi fosse vera, non si concilia ugualmente con lo stato della pallottola CE399, sia perche non deformata, sia perché i frammenti rinvenuti sul polso di Connaly pesavano un po’ troppo.
Ma non si può avere tutto dalla vita e i valenti commissari sentenziarono il miracolo della CE399.
Quel che è certo è che le cose non andarono come si volle far credere.
A parer mio, ma è solo un’ipotesi, la pallottola CE399 non è quella originale ritrovata al Parkland, ma venne sostituita per permettere di provare la colpevolezza di Oswald, al contrario di quella originale che forse non conduceva al Carcano.
Capisco l’arditezza di una simile ipotesi, ma si badi che l’FBI nei suoi rapporti preliminari e supplementari non aveva supposto alcuna pallottola magica, tantomeno riteneva che JFK e Connaly fossero stati colpiti dalla medesima pallottola, per cui non aveva alcun bisogno di imputare a CE399 le famose sette ferite successivamente attribuite da Specter con la sua teoria.
Insomma la deformazione della pallottola repertata poteva bastare, e in effetti bastò, sia pure col trucco. 

................................................................................... http://www.jfkennedy.it/phpbb/viewtopic.php?p=405#p405

Sempre sulla sequenza dei colpi, la testimonianza più interessante e forse rivelatrice fu quella della moglie di Connaly. Una descrizione poco indagata dai ricercatori di entrambi gli orientamenti, forse perché scomoda alle teorie più diffuse. Ad interrogarla il solito Specter, di sicuro il più sveglio fra lo staff della commissione, tanto sveglio da capire subito che non era il caso di approfondire i dettagli riferiti dalla signora.
La Connaly disse che dopo aver udito il primo sparo, si badi il primo sparo, vide Kennedy portarsi le mani alla gola, e, subito dopo, udì il secondo colpo che, a suo parere colpì il marito, infine il terzo colpo alla testa del Presidente.
La ricostruzione è apparentemente lineare con la tesi della Commissione: tre colpi che corrispondono ai bossoli ritrovati, e l’impressione fallace che il marito sia stato colpito dal secondo colpo.
Una deduzione affrettata e incoerente.
Intanto se dopo aver udito il primo sparo la signora Connaly vide anche Kennedy portarsi le mani alla gola, ne consegue che non ci fu nessun sparo precedente, il che costringerebbe a restringere maledettamente lo spazio temporale degli spari ad appena 4,86 secondi (313-224/18,3). Pochissimo per tre spari di un solo tiratore. Specter certo non desiderava trovarsi fra i piedi una simile incombenza che lo obbligava a decretare per certo un intervallo così breve, e non, come infine si decise, che l’intervallo fra gli spari poteva essere molto più ampio.
Specter non approfondisce, non chiede neanche alla Connaly se per caso aveva udito qualcos’altro. Non può farlo perché la maledetta ricorda anche il secondo sparo che, per giunta, risuona immediatamente dopo. Ci mancava pure che specificasse che l’intervallo fra il primo e secondo colpo era decisamente più breve rispetto al secondo-terzo. Specter vuole chiudere alla svelta, ma quel fesso di Dulles chiede di nuovo alla donna se ricorda bene l’intervallo degli spari e lei conferma.
Bravo pirla, deve aver pensato Arlen Specter di professione avvocato e non muratore: così glielo fai dire due volte!
Ma l’avvocato, ora senatore, ebbe fortuna. Nessuno speculò sulle dichiarazioni della moglie del Governatore, forse perché ingannati dall’apparente inattendibilità dell’affermazione riguardo al fatto che il secondo sparo colpì il marito.
Cattiva deduzione. Non importa sapere se la Connaly ebbe o meno una impressione esatta circa il momento in cui il marito venne ferito. Conta il fatto che lei vide il presidente ferito dopo il primo sparo, poi udì il secondo sparo e notò che anche il marito era stato colpito.
Dunque se la moglie di Connaly udì e vide giusto, ed era in una posizione ideale per farlo, dobbiamo necessariamente scartare lo sparo al fotogramma 160 che tanto fa comodo ai teorici del folle solitario che dispone di otto secondi per sparare tre colpi.
Quale sarebbe poi, la prova che dimostra che a 160, o giù di lì, fu sparato un colpo? La reazione della bambina? Solo lei e nessuna delle decine di spettatori che si vedono nel film di Zapruder e che non fanno una piega?
Forse le cose sono andate in parte come diede ad intendere Specter. Forse al frame 224 una pallottola colpisce Kennedy da dietro, esce dal collo, attraversa il governatore e finisce nella sua coscia. Una pallottola singola, ma non magica. Del polso di Connaly si occupa la seconda pallottola che infrangendosi su un osso lascia parecchi frammenti (più di quelli persi da CE399) devia il percorso, supera la limousine e si schianta dalle parti di Tague.
Basta questo a mandare a puttane la teoria dell’unico cecchino. Infatti il secondo colpo, in base al ricordo della Connaly, fu sparato subito dopo il primo ed è ragionevole pensare che avvenne meno di due secondi dopo.
Chissà, forse fu proprio Oswald col suo mirino difettoso a colpire il polso. Il tiratore bravo, quello con il mirino a posto centrò entrambi i colpi nel ragionevole tempo di 4,8 secondi.

Nik59 su Harold Norman ____________________________ http://www.jfkennedy.it/phpbb/viewtopic.php?f=23&t=76&start=10

.......... vorrei intervenire ancora, questa volta per approfondire una precedente osservazione del “Presidente”, di cui apprezzo comunque la compostezza e linearità delle analisi.
Mi riferisco alla testimonianza di Harold Norman, quello che udì i colpi, la ricarica del fucile, e persino il suono dei bossoli caduti sul pavimento.
Certo una testimonianza importante, e direi, un po’ maliziosamente, persino necessaria. Infatti cosa ci si doveva aspettare da un testimone che si trovava ad un metro dalla presunta fonte degli spari? Verrebbe semmai da domandarsi come mai gli altri due ospiti del 5^ piano – Williams e Jarman – pure vicinissimi, non avessero anche loro udito le stesse cose e, soprattutto, individuato la fonte dei suoni nel piano superiore.
Strano, ma non necessariamente sospetto. Ma i sospetti sorgono eccome se si leggono le testimonianze, o meglio le domande poste dalla Commissione ai tre testimoni del 5^ piano.
Prima di accennarne vorrei fare una premessa.
Ciò che più mi indusse anni fa a schierarmi dalla parte complottista non furono tanto i vari e controversi elementi di prova, quanto piuttosto la singolare modalità con cui vennero selezionate e condotte le interviste ai testimoni dalla Commissione d’inchiesta.
In apparenza sembrerebbe una ricerca accurata, meticolosa, con abbondanza di dettagli esposti dai vari testimoni su insistenza degli intervistatori, pure su questioni insignificanti.
Una meticolosità che però fu sapientemente evitata per certi testimoni o per certi aspetti delle loro testimonianze, per giungere persino ad eludere spudoratamente i testimoni scomodi, non convocandoli.
Il caso che ho citato ieri di Tomlinson è emblematico. Un diluvio di domande sulle barelle e sui loro percorsi, ma non la domanda chiave: “riconosce questo proiettile?”. Viene da chiedersi se Specter potesse temere una eventuale risposta negativa che avrebbe implicato la manomissione di una prova.
Allora, tornando ad Harold Norman, a cui vennero fatte mille domande, e molte su dettagli di poco conto, non avrebbe dovuto mancare, anche qui, la domanda chiave: “Perché non informò nessuno di ciò che aveva sentito?”
Harold Norman riferì a due agenti del servizio segreto ciò che aveva udito soltanto il 4 dicembre 1963, 12 giorni dopo.
E’ incredibile! Come può un uomo che disse che qualcuno aveva sparato un metro sopra la sua testa, non sentire la necessità, nell’immediatezza dell’evento, di riferire il fatto ad uno qualsiasi delle centinaia di agenti che a quel tempo scorazzavano nei dintorni.
Norman disse persino di aver scorto Brennan, circondato da agenti e giornalisti, mentre si prodigava a riferire dell’uomo col fucile. Anche questo fatto non stimolò Norman a riferire alcunché. Si pensi inoltre al fatto che pure Williams e Jarman erano al corrente (così dissero alla Commissione Warren) del formidabile udito di Norman che ne parlò loro nei minuti successivi agli spari.
Ma allora perché anche costoro non dissero nulla agli agenti? Addirittura, Jarman, nell’affidavit del 23 novembre, parla unicamente dei tre colpi, e non accenna minimamente al ricordo del compagno.
E’ fatale a questo punto dubitare di ciò che disse Norman ai due agenti del servizio segreto il 4 dicembre, o meglio ancora, sospettare una forzatura da parte di quest’ultimi.
Sconcerta più di tutto il comportamento della Commissione che non pone la domanda cruciale (ne parlaste con gli agenti?) a nessuno dei tre, nè investiga sul punto.
Ma allora tutte quelle domande su aspetti secondari a cosa servivano?
Servivano alla cortina fumogena sprigionata per mascherare le domande non poste, spacciando per meticolosa e rigorosa un’inchiesta abilmente addomesticata.
Non solo le domande furono fuorvianti, ma anche le inutili ricostruzioni dove i tre furono fatti appollaiare nelle medesime posizioni del 22 novembre, per dimostrare non si sa cosa.
La sceneggiata più idiota fu quella di far sparare tre colpi al 6^ piano con Norman sotto ad ascoltare i rumori e dire poi che aveva nuovamente sentito il bum, il clic e il patapumfete. Se anche un esperimento del genere fosse stato utile, quantomeno occorreva utilizzare un soggetto terzo e far sparare da punti diversi per verificare quale impressione se ne ricavava sulla provenienza dei colpi.

Nik59 su Lee Harvey Oswald ____________________________ http://www.jfkennedy.it/phpbb/viewtopic.php?f=14&t=47

Questa conferenza stampa ha lasciato molte perplessità anche a me, specie per quel frangente in cui un giornalista chiede a Oswald se è stato lui ad uccidere il Presidente. Ebbene Oswald risponde in quel modo sconcertante che conosciamo, e cioè affermando che a lui questa accusa non era stata ancora mossa e di averne sentito parlare soltanto dai giornalisti.
Questa incredibile risposta viene ripresa dai più come un atteggiamento di freddezza e forse di supponenza, in qualche modo rivelatore della sua colpevolezza.
Io non condivido affatto questa interpretazione e vorrei spiegarne il motivo.
Quella conferenza si tenne il giorno dell’assassinio verso mezzanotte, sicchè è del tutto impensabile che a quel momento la polizia non avesse chiesto nulla a Oswald riguardo al coinvolgimento nella sparatoria. Troppi elementi erano già noti: il fucile, il fatto che lavorasse nel TSB, il testimone che l’aveva descritto, la perquisizione a casa sua e nel garage, e tanti altri elementi ancora. E’ sicuro che l’avessero già tempestato di domande. Eppure Oswald finge che l’accusa riguardasse soltanto l’uccisione di un poliziotto.
Freddezza e supponenza di uno squilibrato?
Niente affatto! Oswald fu sicuramente indotto dalla polizia a rispondere in quel modo e probabilmente lui stesso, seppur ingenuamente, dovette pensare che gli convenisse.
Qualcuno doveva per forza evitare che Oswald parlasse dell’attentato a Kennedy, e il modo migliore di evitarlo era di indurre proprio Oswald a non parlarne. Probabilmente gli fu detto che nel suo interesse (ma in realtà era il loro interesse!) conveniva non parlare di Jfk, e magari lo persuasero pure che gli elementi nei suoi confronti erano ancora molto vaghi.
Oswald cade nella trappola e perde l’unica possibilità - ma non poteva sapere che sarebbe stata l’unica! - di rilasciare pubblicamente delle dichiarazioni sull’attentato.
Ma quando il giorno dopo viene formalmente accusato dell’assassinio, Oswald cambia radicalmente atteggiamento, e nell’unica occasione in cui può spiaccicare una parola ad un giornalista, non esita a dichiararsi un capo espiatorio. Scompare di colpo la freddezza e l’arroganza che falsamente gli viene attribuita.
Ora si che sarebbe corretto fare una bella conferenza stampa e lasciarlo parlare, ma ora il povero Lee non è più manovrabile e non si può lasciarlo parlare, meno ancora registrare formalmente gli interrogatori o annotarli con lo scrupolo che si deve in un caso del genere.
Gli egizi ci hanno tramandato con i geroglifici la loro storia e la loro vita. La polizia di Dallas no.

Nik59 su Arnold Rowland __________________________ http://www.jfkennedy.it/phpbb/viewtopic.php?f=9&t=21&start=20

Ringrazio Giuseppe per la preziosa informazione, nientemeno che ricavata da un documento della commissione Warren (CD 789).
E così Warren & C, commissionarono all’FBI un’indagine volta a fare piena luce sul “passato” di Arnold Rowland. Certo che il passato di un ragazzo di 18 anni rischiava di sconfinare in episodi dell’infanzia, magari di quella volta che aveva attinto di nascosto al barattolo della marmellata della nonna. Ma i valorosi agenti dell’FBI, forse risentiti dal fatto che il “ragazzino” aveva osato affermare che l’informazione circa l’altro uomo al 6° piano l’aveva riferita più volte ad agenti diversi, ce la mettono tutta e scovano il preside che ricorda di qualche balla raccontata dallo studente un po’ monello.
Sputtanato come si deve il testimone scomodo, la Commissione poteva così concludere sull’inattendibilità del ragazzo. Tuttavia evitò di menzionare nel rapporto finale la testimonianza di questo esimio dr. Ligon, onde evitare che qualche giornalista si mettesse alla caccia di riscontri.
Evitò anche di fare qualche considerazione oggettiva, alla portata di un avvocato da quattro soldi. Ad esempio era quantomeno strano che questo spudorato mentitore in cerca di attenzioni, non avesse dato alla stampa le sue “straordinarie rivelazioni” per tenersele in serbo per il grande giorno in cui avrebbe, e non poteva sapere che sarebbe avvenuto, testimoniato di fronte alla commissione d’inchiesta. Pure strano era che nella deposizione, la citazione del secondo uomo fosse avvenuta in modo più casuale che intenzionale, svelando insomma che Rowland non attribuiva a questa “presenza” un particolare significato. Ancor più strano, è può capirlo anche un investigatore cretino, era il fatto che quando Specter incalzò il ragazzo per chiedergli in cosa differisse la sua deposizione rispetto a quanto precedentemente riferito alla polizia, Rowland non colse per nulla la differenza più importante, accennando al altri dettagli insignificanti. Specter ci provò ancora a fargli notare la sgradevole (per loro) incongruenza, senza risultati. Dovette infine rivelarla lui stesso al ragazzo, il quale accennò solo allora al fatto che di quella persona aveva anche parlato agli agenti che lo avevano interrogato, ma che non parvero interessati.
La buona fede è ovvia, direi solare. E’ lo è ancor di più se si pensa al fatto che dopo quella testimonianza Rowland non va dai giornalisti a rincarare la dose. Molto probabilmente li scantonò pure, magari su suggerimento dei genitori che intuivano meglio di lui il pericolo a cui andava incontro, specie in quel momento in cui pure l’esimo preside della scuola si era messo contro, con grave pregiudizio per il suo futuro.
Rowland sparisce dalle scene per non avere noie.
Infine, per tornare ai nostri integerrimi commissari, non va dimenticata la cosa più importante: dopo la deposizione choc di Rowland, era opportuno verificare se vi erano altri testimoni che avevano riferito di un secondo uomo, e volendo ammettere che l’affidavit sulla signora Walther fosse stato inavvertitamente trascurato, convocarla all’istante.
Figuriamoci! Meglio tornare a sentire testimoni che non hanno visto un tubo e magari, perché no, far parlare per altre tre ore la mamma di Oswald.

Nik59 su Jack Ruby ____________________________________ http://www.jfkennedy.it/phpbb/viewtopic.php?f=34&t=123

Ottima cosa aver inserito nel sito il capitolo Ruby. Serve a ricordare a tutti, specie ai sostenitori della Warren, che l’amata tesi del folle solitario (uno solo) andrebbe più correttamente chiamata “tesi dei due folli solitari”. Un solo pazzo – Oswald – non basta a scongiurare la tesi del complotto, occorre per forza di cose attribuire anche a Ruby l’insanità mentale, altrimenti la costruzione fatalista ricamata dalla Warren e dai suoi seguaci va a rotoli.
Già si fece fatica ad inquadrare Oswald come persona alienata o disturbata. Le simpatie comuniste potevano aiutare a caratterizzare il “disturbo” di Oswald in chiave ideologica e il fallito attentato al generale Walker, ammesso che fosse opera sua, poteva costituire un precedente significativo. Il guaio, però, è che inseguendo la pista ideologica il nuovo bersaglio – JFK – non aveva senso, essendo evidente che le idee e le politiche distensive di Kennedy, opposte a quelle del generale, non potevano accendere le fantasie di un pazzo comunista.
La Warren non si curò di approfondire il problema, del resto non potevano chiederlo a Oswald il motivo dell’assassinio. Grazie a Dio (o Ruby) Oswald era morto stecchito.
E’ curioso invece scoprire come la commissione si occupò di Jack Ruby, lui si, vivo e vegeto.
Sebbene fosse più che ragionevole pensare ad un interrogatorio immediato e pure ripetuto più volte col procedere delle investigazioni, i membri della commissione fanno visita a Ruby soltanto il 7 giugno 1964, tre mesi dopo l’inizio degli interrogatori dei tanti, ma selezionati, testimoni.
Non avevano fretta di sentire Ruby, e se si guarda alla relazione finale della Commissione, si può notare quanto poco si parli di possibili relazioni con la malavita organizzata. Eppure molti elementi potevano suggerire questa ipotesi: lo sparo a bruciapelo a Oswald (modalità tipicamente mafiosa), l’attività di gestore di night club, le visite (vacanze per la Warren) nella Cuba di Batista, il periodo vissuto a Chicago, le troppe confidenze con la Polizia di Dallas (per avere buoni rapporti). Tutti elementi che suggeriscono possibili commistioni con elementi della malavita e che nel sito di Giuseppe sono ora documentate.
Come fu solita fare in tutti i settori di investigazione, la commissione Warren si prodigò in ricerche collaterali, per guardare da un’altra parte, quella più innocua. Si scopre così che la pista più investigata (vedasi relazione) fu quella di possibili contatti con frange comuniste o, all’opposto, reazionarie. Jack Ruby, lo ammise la stessa commissione, non manifestò mai ideali politici, e questo era un ottimo motivo per cercare con accanimento ciò che si sapeva di non trovare.
Il processo a Ruby si tenne in gran segreto, con la stampa e le TV tenute a debita distanza, tanto che nulla si conosce delle sue deposizioni e del suo comportamento.
Che sollievo deve essere stata per molti, la morte di Ruby.

Sergio su Roger Craig ______________________________ http://www.jfkennedy.it/phpbb/viewtopic.php?f=23&t=76

Il profilo di Roger Craig pubblicato sul sito johnkennedy.it riprende integralmente le conclusioni di McAdams. In larghissima parte si tratta anzi di una traduzione pura e semplice dell'originale inglese di McAdams, inclusa la tabella nella quale si evidenziano le presunte contraddizioni nel racconto di Craig e le "diverse versioni" da lui fornite nel corso degli anni, nell'evidente intento di screditarlo e presentarlo come un testimone inattendibile. La scheda di Craig si conclude con una palese citazione di Magen Knuth (anch'essa presente sul sito di McAdams), che Verdegiglio e Co. hanno cercato di infiorettare con alcune considerazioni "originali":

"Roger Craig fu un uomo sfortunato e forse è vero che fu ucciso per via dell'omicidio Kennedy. Ma non come pensano i cospiratori: dopo l'assassinio iniziò a denunciare la polizia come complice nell'omicidio del presidente, ebbe anche un certo successo, ma poi fu cacciato (comprensibilmente) dal lavoro, ebbe un grave incidente, rimase solo e menomato fisicamente, e alla fine decise di togliersi la vita. Massimo rispetto per la vicenda tragica di un uomo, ma le prove sono putroppo chiare sull'inattendibilità di certe sue "rivelazioni".

Le argomentazioni utilizzate per screditare Craig sono illuminanti per capire fino a che punto può arrivare la malafede dei colpevolisti. Tralasciando il fatto che Craig si era guadagnato il titolo di "Officer of the Year" nel 1960 ed aveva ottenuto quattro promozioni in pochi anni (non si capisce quindi perché mai un poliziotto modello che crede nelle istituzioni dovrebbe iniziare, da un momento all'altro, a sospettare della buona fede dei suoi colleghi e del governo inventandosi di sana pianta un complotto, se non avesse avuto buoni motivi per farlo dopo il 22 novembre 1963), è interessante notare come McAdams e i colpevolisti nostrani cerchino capziosamente di insinuare che fin dalla prim'ora vi sarebbe stato un "complotto dei complottisti" e che Craig ne avrebbe fatto parte. Ossia, mentre da un lato escludono sdegnosamente ogni ipotesi di complotto ad opera del governo, della CIA, dell'FBI e di una parte della polizia di Dallas, dall'altro sembrano ammettere implicitamente che vi fu sì un complotto, ma ad opera di alcuni testimoni che volevano dimostrare a tutti i costi una cospirazione che non c'era. E a riprova della scarsa credibilità di Craig, i colpevolisti adducono proprio il fatto che Craig si sarebbe impegnato dopo la sua testimonianza alla CW a fare personalmente delle indagini sul caso arrivando anche a scrivere un libro. Come dire: non era credibile perché credeva al complotto, quindi era "ideologicamente" inattendibile. Insomma, la tesi del complotto si ammette, ma solo quando fa comodo.
Personalmente trovo questa operazione piuttosto indegna e vergognosa. Roger Craig è uno dei vari testimoni della Dealey Plaza la cui vita cambiò radicalmente a partire dal 22 novembre 1963 prendendo una direzione del tutto inaspettata. Da poliziotto modello con davanti a sé la prospettiva di una brillante carriera, si ritrovò nel giro di poco tempo senza lavoro e odiato dai colleghi. Si può sostenere legittimamente la tesi del colpevole solitario e cercare anche di ridimensionare la testimonianza di Craig e di altri testimoni scomodi. Ma si dovrebbe quanto meno avere un po' più di rispetto per la memoria di uomo che, se anche non fu ucciso e realmente si suicidò, pagò comunque con la vita per aver detto ciò che sapeva e lottato fino alla fine per ciò in cui credeva.

Sergio replica a un mio post _____________________________ http://www.jfkennedy.it/phpbb/viewtopic.php?f=37&t=146

Caro Giuseppe,
complimenti per la tua ammirevole preparazione sul caso Kennedy e la tua incredibile capacità analitica. La tua domanda, se potrà mai esistere una tesi "colpevolcomplottista", ha stimolato una mia riflessione che vorrei esporti qui di seguito. Chiedo scusa fin d'ora per la lunghezza del post.

Sono anch'io fermamente convinto che alla base delle teorie colpevoliste dei vari McAdams, Posner e Verdegiglio vi siano fondamentalmente motivazioni politiche e ideologiche. Ciò che più stupisce nel leggere le loro argomentazioni non è, evidentemente, il fatto che in esse si sostenga l'inesistenza di un complotto o che Oswald abbia agito da solo, tesi questa sicuramente rispettabile, ancorché inficiata da migliaia di incongruenze e, almeno per chi ha studiato a fondo la materia, apertamente in conflitto con i fatti e con la stessa logica. Stupisce, piuttosto, il tentativo di accreditare in toto e senza eccezioni la verità ufficiale, escludendo a priori non solo ogni teoria di complotto, ma anche qualsiasi ipotesi alternativa che metta in discussione, anche solo parzialmente, l'insindacabile verità della Commissione Warren e dei suoi epigoni. Se, ad esempio, i colpevolisti ammettessero almeno la possibilità di un coinvolgimento, diretto o indiretto, di altre persone oltre a Oswald, a qualsiasi livello, sulla Dealey Plaza o al di fuori della crime scene, prima o dopo il tragico evento, pur confermando nella sostanza la teoria del lone gunman, riusciremmo forse a prenderli un po' più sul serio. Ci accontenteremmo, ad esempio, che ammettessero almeno la sussistenza di punti oscuri nella ricostruzione ufficiale o circostanze non completamente chiarite nella morte delle decine di testimoni legati al caso. Sarebbe sufficiente a renderli più credibili. Se, insomma, ogni tanto fossero assaliti almeno da un'umana parvenza di dubbio, non ci sarebbe da dubitare della loro onestà intellettuale. Macché, niente di tutto questo. Nessun dubbio, nessuna ombra, tutto chiaro come il sole. La verità è una sola e non sono ammesse teorie alternative, di nessun genere. Illuminante, a tal proposito, la stizzita collera con cui Verdegiglio è solito rispondere sul suo sito ai lettori che manifestano anche il minimo disaccordo con la sua tesi. È assolutamente convinto di aver detto l'ultima e inappellabile parola sul caso e non ammette obiezioni, pena il discredito immediato del malcapitato interlocutore, puntualmente oggetto di sarcasmo e tacciato di visionario. Un'analoga "modestia" è evidente fin dal titolo nell'opera di Posner: "Case closed", ossia caso chiuso, come dire, leggete me e poi dimenticatevi per sempre di Kennedy perché non c'è altro da dire, né da scoprire, anzi, preferibilmente d'ora in poi tacete. Sorvoliamo sul costante e irritante tentativo di screditare arbitrariamente i sostenitori delle tesi contrarie o i testimoni che raccontano verità scomode (Roger Craig si è sbagliato, Ed Hofmann non era sulla Dealey Plaza o non poteva vedere, Dorothy Kilgallen non aveva niente da raccontare, quindi non aveva motivi per essere eliminata), tipico soprattutto di Verdegiglio e McAdams. Quando sul sito johnkennedy.it leggo titoli del tipo "Il caso Kennedy: un mistero senza ombre", non so sinceramente se ridere o piangere. Un mistero senza ombre? Quale che sia l'idea che uno si è fatto sul caso Kennedy nel corso di questi 45 anni di ricerche e di sterminata letteratura, credo che difficilmente potrà affermare che esso non presenta quanto meno alcune ombre. Almeno un'ombra di dubbio è il minimo che ci si dovrebbe attendere da un ricercatore serio che volesse sostenere in buona fede la tesi colpevolista, senza preconcetti iniziali e senza secondi fini. Più ancora dell'enorme mole di prove e indizi contrari, è proprio questo atteggiamento intransigente e censorio verso ogni ipotesi alternativa, questo approccio totalitario alla verità storica, che non si fa scrupolo di occultare elementi chiave per tenere in piedi il castello accusatorio e che, a tratti, sembra addirittura voler sfidare l'intelligenza e il buon senso del lettore, a rendere inverosimili le loro tesi.
Poi uno riflette bene e capisce. Capisce che ammettere una falla, sia pur minima, nella teoria del colpevole solitario significherebbe implicitamente ammettere anche l'esistenza di un complotto e questo farebbe crollare di colpo il già malfermo impianto di fondo. Ecco quindi spiegato il motivo per cui in nessun caso essi ammettono dubbi, ombre, lati oscuri della vicenda, obiezioni alla verità ufficiale. Essa deve essere difesa a ogni costo, ove necessaio anche a colpi di censure, rimozioni di fatti o dettagli scomodi, insulti agli avversari. Non ammettere falle nella teoria, quando in realtà le falle sono più che evidenti e ormai ampiamente documentate, può dunque essere solo frutto di fanatismo ideologico. Significa, cioè, che il vero obiettivo non è ricercare la verità, ma arrivare necessariamente a una determinata conclusione. E questo, tradotto in termini ancora più semplici, si riassume con un concetto: "malafede". La stessa malafede che traspare in modo inequivocabile dalle diverse voci di Wikipedia insozzate dai curatori di johnkennedy.it (quelle su Jack Ruby e Dorothy Kilgallen rasentano la fantascienza). Dettagli e particolari imbarazzanti delle biografie vengono rimossi tout court. Un atto che il buon Harold Weisberg avrebbe definito "osceno", di una tale disonestà intellettuale che meriterebbe una presa di posizione ufficiale nei confronti di un'istituzione finora considerata rispettabile come Wikipedia. È difficile intravedere dietro questa operazione una finalità diversa da quella di voler imporre sull'intera vicenda un pensiero unico e definitivo, che poi, guarda caso, è anche la verità che più fa più comodo al Palazzo. Come sempre, servendosi ancora una volta del potere dei media.
Per concludere e rispondere infine alla tua domanda, temo che non esista e non esisterà mai un vero "colpevolcomplottista". Per la semplice ragione che, laddove questi ammettesse ombre o falle nella verità ufficiale, cesserebbe nello stesso preciso istante di essere un colpevolista e sposerebbe implicitamente la tesi del complotto, quale che essa sia. E questo, a mio modo di vedere, richiede un'onestà intellettuale che nessuno dei succitati ricercatori ha dimostrato finora di possedere.

Un saluto a tutti i frequentatori del sito
Sergio

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