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L'assassinio di John Fitzgerald Kennedy
 
 
L'accusa contro Oswald
 
I movimenti di Oswald, dopo, e l’assassinio di Tippit
 
Sulla base della testimonianza dell’impiegata Robert A. Reid, che lavorava al Book Depository, sappiamo che Lee Oswald lasciò il deposito dei libri nei 2-3 minuti successivi alla fine della sparatoria. Il 22 novembre 1963, dopo aver assistito al corteo presidenziale e all’assassinio di JFK, la Reid tornò quasi immediatamente nel suo ufficio al secondo piano, e fu proprio in quella circostanza che vide Oswald dirigersi verso l’uscita principale su Elm Street. Erano all’incirca le 12.32.

Basandoci, invece, sulle dichiarazioni di Earlene Roberts, l’affittacamere di Oswald, sappiamo che quest’ultimo rientrò alla sua pensione intorno alle ore 13, e ne uscì 3-4 minuti dopo. E’ infine noto che Oswald fu arrestato al Texas Theatre alle 13.50 circa.

Ciò che non conosciamo, a dispetto della ricostruzione inventata dalla polizia di Dallas e in seguito sostenuta dalla Commissione Warren, sono i movimenti di Oswald nell’intervallo di tempo compreso tra gli avvistamenti descritti dalle due donne, e quelli compresi tra l’uscita dalla pensione e il suo arresto.

Cosa fece realmente Oswald nei 25 minuti fra le 12.35 e le 13.00, e nei tre quarti d’ora successivi all’uscita dalla sua stanza in affitto?

Non lo sapremo mai, ma certamente è possibile escludere che le cose andarono come afferma il Rapporto Warren. Proviamo, quindi,  a spiegare perché la ricostruzione ufficiale non è credibile.

La polizia di Dallas, e la Commissione Warren poi, conclusero che Oswald, dopo essere uscito dal deposito, si diresse verso est su Elm Street. Dopo aver percorso a piedi alcune centinaia di metri, alle 12.40 Oswald sale su un autobus che lo avrebbe riportato esattamente al luogo di provenienza, e cioè Dealey Plaza!!!

Oswald percorre in autobus appena un terzo della strada fatta a piedi, quindi scende dal mezzo bloccato nel traffico, e va a prendersi un taxi all’incrocio tra Commerce e Lamar Street. Sono le 12.48.

Alle 12.54, dopo che il taxi ha superato di quasi mezzo chilometro la pensione al 1026 di North Beckley Avenue, Oswald decide finalmente di scendere e si fa a piedi i 500 metri di troppo!!!

Alle 13.00 circa entra nella sua stanza in affitto.

I testimoni prodotti dalla polizia di Dallas a sostegno di questa ridicola ricostruzione (che peraltro la CW non riuscì a riprodurre nonostante una simulazione effettuata in assenza del traffico post-assassinio) furono Cecil McWatters, Roy Milton Jones, Mary Bledsoe e William Whaley. Analizziamo le dichiarazioni di questi soggetti cominciando dal conducente McWatters, il quale, 10 minuti dopo l’attentato a JFK, aveva, presumibilmente, aperto le porte del suo autobus al sospetto omicida Lee Harvey Oswald.

Nel tardo pomeriggio del 22 novembre, Cecil McWatters vide Oswald durante un line-up alla centrale di polizia, e, non senza incertezze, lo indicò come uno dei passeggeri presenti sul mezzo pubblico intorno all’ora dell’assassinio. Ma ben presto, esattamente il giorno dopo, il conducente si renderà conto di aver fatto un po’ di confusione, e che la persona che credeva di aver identificato indicando Oswald, non era altri che Roy Milton Jones,  un giovane che prendeva quotidianamente quel bus, e con il quale McWatters aveva chiacchierato durante i momenti del congestionato traffico post-assassinio.

Nel corso della lunga testimonianza alla Commissione Warren, McWatters rifiuterà ripetutamente di identificare Lee Harvey Oswald come uno dei suoi passeggeri di quel giorno, nonostante il comportamento scorretto dei suoi illustri esaminatori, i quali sembrava proprio volessero indurlo a quella tanto sperata dichiarazione.

Roy Milton Jones da parte sua chiarisce, nel documento CE 2641, di aver fatto il nome di Oswald solo perché, il giorno successivo all’attentato, lo stesso McWatters gli parlò della possibilità che il presunto assassino fosse stato con loro sull’autobus. Riferendosi al passeggero che, seconda la CW, sarebbe stato Lee Oswald, Jones riferisce di non averlo osservato attentamente e di non essere, quindi, nelle condizioni di poter fare alcuna identificazione. Comunque, secondo Jones, quell’uomo non mostrava di essere nervoso o eccitato, ma appariva come un normalissimo passeggero.

Va detto, e non è di poco conto, che entrambi McWatters e Jones, videro alla televisione, durante il pomeriggio del 22 novembre, le foto del presunto assassino di Kennedy. Ma nessuno dei due andò, spontaneamente, alla polizia, per dichiarare di aver visto Oswald su quell’autobus.

In tutti i casi, se le parole di questi due testimoni non possono escludere con assoluta certezza l’eventualità che Oswald si fosse trovato sul bus, sicuramente non possono essere considerate, neppure lontanamente, come indizio di quella possibilità. E, a tal fine, è la stessa Commissione Warren ad ammettere, nel suo documento n. 2641, l’inconsistenza di quelle testimonianze.

A questo punto, quindi, la teoria del tanto decantato “bus ride” può tentare di sopravvivere solo grazie a un terzo, ed ultimo, testimone; entra in scena Mary Bledsoe, un’anziana donna che testimonia di aver affittato una camera a Lee Oswald nella prima metà dell’ottobre 1963. E, guarda caso, la donna dichiara di essersi trovata sul bus di McWatters quando Oswald vi sarebbe salito. Per cui, avendo la Bledsoe conosciuto Oswald di persona, le sue dichiarazioni garantivano, in teoria, che Oswald era stato realmente su quell’autobus. Ma questa ennesima e sfortunata coincidenza contro Oswald non solo si adattava troppo bene alla necessità della polizia di confermare la sua ricostruzione, ma le dichiarazioni della Bledsoe inducevano fortemente al sospetto che non c’era stata alcuna coincidenza, e che la Bledsoe mentiva nel dire di aver visto Oswald sul bus di McWatters. O che mentiva nel dire che aveva affittato una camera al presunto assassino del Presidente. O che mentiva in entrambi i casi.

Infatti, dire che la testimonianza di Mary Bledsoe fosse non credibile, o fantasiosa, o anche assurda, non darebbe esattamente l’idea della inverosimiglianza delle sue affermazioni. La Commissione Warren, che solo sulla carta riconobbe al defunto Oswald il diritto ad essere difeso, tollerò senza vergognarsene testimonianze che sarebbero state indegne di un aula di tribunale. Ma la CW non volle essere un tribunale, e consentì ai testimoni di dire tutto, e il contrario di tutto, senza che essi rischiassero di incorrere in alcun tipo di pena. Mary Bledsoe è un esempio emblematico di testimone le cui dichiarazioni, sottoposte a un controinterrogatorio neanche troppo severo, sarebbero state demolite persino dal più incapace degli avvocati difensori.

Va detto, inoltre, che questa donna non sostenne, incomprensibilmente, un line-up per identificare Oswald. Dopo aver letto un po’ della sua testimonianza capiremo perché la polizia di Dallas non volle correre quel rischio.

Vediamo allora, seguite da commento, alcune delle cose che la Bledsoe disse al cospetto del legale della Commissione, Joseph Ball.

 

BallLui le disse quale era il suo nome?

BledsoeOh, si.

BallCosa disse?

BledsoeIl suo nome era Oswald, ed egli lo mise su “questo coso”, e mio figlio gli affittò la camera.

BallCos’è “questo coso”?

BledsoeCalendario.

Ball – Ha un calendario qui?

BledsoeQuesto è il mio calendario.

BallQuesto è il calendario di dicembre 1963, e vedo che ci sono dei nomi sulle date. E’ questo il modo in cui registrava i suoi affitti?

Bledsoe Si, ma non adesso. Lo facevo allora perchè avevo appena iniziato. La prima volta fu in settembre.

…………

Ball Egli mise il suo nome sul calendario?

Bledsoe ….. mio figlio gli affittò la camera e prese 5 dollari. Io non sapevo neanche che lo aveva strappato via.

BallOra mi lasci vedere. Questo calendario va da gennaio a dicembre del 1963, ma il mese di ottobre è stato strappato via.

Bledsoe Uh-uh. Egli disse che il suo nome era Oswald…era questo il suo nome era…gli dissi che lo avrei chiamato Lee. Allora egli mise il suo nome sul 4 (di ottobre). Solo una settimana di affitto, lei vede, il 7 (di ottobre).

Ball Lei ha detto il 4?

BledsoeSul 7.

BallIl 7 di ottobre. Questo è anche il primo giorno che lo vide?

BledsoeMai lo vidi.

BallIl 7 ottobre gli affittò la camera, o no?

Bledsoe Uh-huh.

 

- Questa prima parte della testimonianza della Bledsoe contiene già abbastanza elementi per comprendere l’alto grado di inaffidabilità della testimone. Intanto, guarda caso, da quel calendario manca proprio ottobre, il mese con la presunta firma di Oswald. Non si capisce poi se il nome fu apposto sul 4° o sul 7° giorno, e nemmeno se Oswald pagò 5 o 7 dollari. Addirittura, a un certo punto, la Bledsoe afferma di non aver mai visto Oswald, provocando il fastidio dell’interrogante avvocato Ball, il quale è costretto a ripetere una domanda appena fatta, ma questa volta ponendola in modo da mettere in dubbio egli stesso la credibilità della donna. La Bledsoe risponde con il solito “uh-huh”, una specie di grugnito che in teoria dovrebbe sostituire la risposta affermativa, ma che di fatto non ci permette di comprendere il vero significato di quelle repliche. -

 

Bledsoe - …….credo che sua moglie stesse aspettando un bambino.

BallCome faceva a saperlo?

BledsoeBè, ho trovato…..l’ho letto su un giornale.

 

- A nessun americano dell’epoca, e neppure a quelli contemporanei, risulta che le donne in stato di gravidanza siano mai state pubblicizzate con annunci sui quotidiani statunitensi. -

 

Ball –  Ma, prima di andare avanti, noto che sta leggendo su qualche appunto che ha davanti a lei?

Bledsoe Bè, perchè io dimentico quello che devo dire.

 

- Quale commento è possibile? Penso che il comportamento e la relativa replica della Bledsoe si commentino da soli. Ancora una volta assistiamo al deprimente spettacolo di una Commissione che, nella sua frenetica quanto vana ricerca della colpevolezza di Oswald,  non riesce a reperire testimoni degni di questo nome.  Ma non è finita. -

 

Ball Va bene, adesso mi dice cosa avvenne?

BledsoeDopo aver superato Akard, a Murphy, io credo, mi lasci vedere. Non ne sono certa. Oswald salì sull’autobus. Aveva uno sguardo da maniaco. La sua manica era bucata. La sua camicia era in disordine.

 

- Qui la Bledsoe alimenta almeno due seri interrogativi. La donna, tra mille incertezze, dipinge il ritratto di una persona le cui caratteristiche sarebbero difficilmente sfuggite agli altri passeggeri, ma Cecil McWatters e Roy Milton Jones, due persone che su quel bus “c’erano di sicuro”, non notarono alcun soggetto riconducibile a quello descritto da Mary Bledsoe. Il diciassettenne Jones, addirittura, riferendosi proprio al passeggero che secondo la CW doveva essere Oswald, parlò di una persona normalissima, che non mostrava alcuna delle truci sembianze dichiarate dalla donna.

Come si spiegano queste descrizioni così contraddittorie?

Se andiamo a leggerci la testimonianza del conducente McWatters, e l’affidavit del giovane passeggero Milton Jones, notiamo subito l’equilibrio, la sensatezza, e dunque, la credibilità delle loro dichiarazioni. Nulla a che vedere con la confusione totale messa in scena dalla smemorata affittacamere.

E, inoltre, per quale motivo Oswald avrebbe dovuto essere così vistosamente  in disordine, e con un buco nella manica destra della camicia?

Tre testimoni (Truly, Baker, Reid), tra i quali un poliziotto, lo avevano potuto ben osservare solo qualche minuto prima, all’interno del Book Depository, e anche in questo caso nessuno di essi aveva notato le sembianze sospette  colte invece dalla Bledsoe. La camicia di Oswald, effettivamente, subirà i danni riferiti dalla donna, ma solo a seguito della colluttazione che precederà l’arresto di Oswald al Texas Theatre.

Il fatto che la Bledsoe “riuscì a vedere” ciò che sarebbe avvenuto solo un’ora dopo il presunto incontro con Oswald, rappresenta un anacronismo troppo imbarazzante per non gettare ulteriori sospetti sulla credibilità della sua testimonianza.

Ma ora capiremo il motivo della “premonizione” performata da Mary Bledsoe. -

 

Ball Adesso, io ho un pezzo di vestiario qui, che è contrassegnato….

Bledsoe – E’ quella.

BallE’ il reperto n.150.

Bledsoe – E’ quella.

Ball Questa è una camicia.

Bledsoe – E’ quella.

Ball Cosa intende dicendo “è quella”?

Bledsoe – Perché loro me la portarono a casa e me la  mostrarono.

BallLo so. Ma cosa intende con “è quella”?

Bledsoe – Che la riconosco.

Ball Da cosa?

Bledsoe – Si, signore. Vede lì?

Ball Si, mi dica lei cosa vede lì. Cosa le permette di riconoscerla?

Bledsoe – La riconosco……prima cosa noto il gomito bucato che vidi allora….quando l’uomo me la portò e me la fece vedere.

BallNo, io sto parlando di….le sto mostrando questa camicia adesso, e lei continua a dire “è quella”. Cosa intende dicendo “è quella”?

Bledsoe – E’ quella che egli aveva lì fuori, quel giorno.

BallChi l’aveva lì fuori?

Bledsoe – Alcuni uomini del servizio segreto.

Ball –  Quindi lei l’ha già vista?

Bledsoe – Si.

Ball Fu quando gliel’hanno mostrata quelli del servizio segreto?

Bledsoe – Si.

Ball L’aveva mai vista prima di allora?

Bledsoe – No, ma lui c’è l’aveva addosso.

Ball Chi?

Bledsoe – Oswald.

 

- Avete capito bene. La prima volta che la donna aveva visto quella camicia, fu quando le fu mostrata da uomini del servizio segreto. La Bledsoe, oramai, non reggendo più il peso della sceneggiata che sta così malamente recitando, afferma che comunque Oswald la indossava quel giorno!!!

Ma l’aspetto più scandaloso di questo spezzone di testimonianza, è il continuo tentativo dell’avvocato Ball di ignorare l’affermazione ripetuta più volte dalla Bledsoe, secondo cui la camicia le era stata mostrata dal SS. Infatti Ball continua a chiederle il significato della frase “è quella”, sperando che la Bledsoe gli risponda che si tratta della camicia indossata da Oswald sull’autobus. Ma il rappresentante della CW si deve arrendere quando, anche alla domanda “chi era lì fuori?”, si sente rispondere, per l’ennesima volta, “gli uomini del servizio segreto”. In seguito Ball riuscirà ad ottenere la risposta desiderata, inducendo in qualche modo la testimone ad affermare di aver visto quella camicia, per la prima volta, addosso a Oswald. Ma la risposta della Bledsoe sarà talmente “convinta e convincente”, da manifestarsi ancora una volta con l’animalesco “uh-huh”. -

 

Si potrebbe andare avanti per ore nell’analisi della testimonianza di Mary Bledsoe, date le innumerevoli contraddizioni e assurdità in essa presenti. Ma credo possa bastare quanto detto finora per stabilire che non si trattò di una testimonianza, ma di una vera e propria fabbrica di menzogne, a sostegno dell’ennesima squallida rappresentazione dei pregiudizi della Commissione Warren.

 

Riepilogando, dunque, i primi due testimoni non possono collocare Oswald su quell’autobus. E il terzo testimone, la Bledsoe, riesce con le sue assurdità a convincerci che Oswald non salì mai sul mezzo pubblico.

Allora, cosa rimane  alla CW che possa avallare la sua ricostruzione riguardo alla possibile presenza di Oswald sull’autobus di McWatters?

L’unico indizio è rappresentato da un biglietto presumibilmente trovato addosso ad Oswald, addirittura 2 ore e mezza dopo il suo arresto!!!

Questo biglietto, curiosamente, risulta in condizioni tali da sembrare appena uscito dalla tipografia. Non una sola piega, neppure quelle quasi inevitabili negli angoli, che di solito notiamo anche su comuni pezzi di carta che abbiamo tenuto in tasca. Ma al Texas Theatre, Oswald aveva ingaggiato una lotta con gli agenti di polizia che lo avrebbero poi arrestato, e risulta difficile capire come quel biglietto potesse rimanere così perfettamente intatto dopo quella colluttazione. Inoltre, sebbene fu dimostrato che quel biglietto era stato rilasciato da McWatters, esistono non pochi problemi in riferimento al luogo e all’ora in cui quel biglietto fu emesso, nonché alla destinazione su di esso indicata.

(Consiglio la ricerca e la lettura di un articolo scritto da Joseph Backes, intitolato “Oswald and McWatters’ bus ……”. Descrive molto dettagliatamente le contraddizioni connesse al presunto viaggio di Oswald sull’autobus di McWatters.)

 

Esaminiamo adesso il viaggio di Oswald sul taxi di William Whaley, viaggio che fu troppo rapido per non destare il sospetto che non fosse mai avvenuto. Infatti, viste le condizioni del traffico nei momenti immediatamente successivi all’assassinio, l’ipotesi che il taxi abbia impiegato solo 6 minuti per percorrere i circa 4 km della corsa con Oswald, mentre il bus di McWatters ne aveva impiegati altrettanti per avanzare di qualche centinaio di metri, rappresenta l’ennesimo ostacolo alla credibilità della ricostruzione ufficiale.

Alle 14.15 di sabato 23 novembre, il tassista Whaley prese parte all’ultimo line-up a cui fu sottoposto Lee Oswald. Ciò avveniva a oltre 24 ore di distanza dalla morte di Kennedy, e durante questo tempo tutti i media non avevano fatto altro che diffondere le foto di Oswald, la sua descrizione, il suo posto di lavoro, e la sua indubbia colpevolezza.

Oramai il presunto assassino era forse più conosciuto del Presidente ucciso, e questo fatto, da solo, basterebbe ad invalidare tutti i line-up condotti dalla polizia.

Whaley dichiarò a Washington, durante la sua prima apparizione davanti alla Commissione Warren, che avrebbe potuto identificare Oswald anche se non lo avesse mai visto prima, poiché quest’ultimo continuava a lamentare uno scorretto svolgimento del line-up e urlava ai poliziotti che, secondo lui, stavano cercando di incastrarlo. Ebbene, nonostante questo fatto e nonostante l’apparente iniziale indicazione del n. 3, sotto il quale secondo il Rapporto Warren si trovava Oswald, Whaley tentò in tutti i modi, nel corso della successiva deposizione davanti alla CW,   di convincere l’avvocato Belin del fatto che Oswald si trovasse sotto il n. 2, e che quando aveva indicato il n. 3 intendeva riferirsi al terzo uomo partendo da destra. E il legale della Commissione sembrò accettare questo curioso ripensamento quasi come se andasse nella direzione di una corretta identificazione di Oswald. Ma come abbiamo già detto, il Rapporto Warren afferma che Oswald si trovava sotto il numero 3, e si limita a definire imprecisa la memoria del confuso tassista.

Whaley, che comunque insisterà nel dire che quel passeggero del suo taxi era Lee Oswald, dichiarerà che gli avevano fatto firmare l’identificazione del sospetto assassino ancora prima che egli assistesse al line-up. Insomma, William Whaley non può essere considerato proprio come un testimone coi fiocchi, e sarà lui stesso ad ammettere, durante il suo interrogatorio, che un bravo avvocato difensore “lo avrebbe fatto a pezzi”.

Ma ci sono altre incongruenze che caratterizzano le dichiarazioni del tassista, anche in relazione al comportamento che Whaley attribuisce al presunto Oswald.

  • Secondo Whaley, Oswald si mostrerà disponibile a cedere il taxi ad un’anziana donna, la quale, però, deciderà di attendere quello successivo. Il cortese gesto non è molto compatibile con la fuga dell’assassino del Presidente degli Stati Uniti,  e nemmeno si confà ad un maniaco come quello descritto da Mary Bledsoe.
  • Whaley vede 2 giacche addosso a Oswald. La Bledsoe, solo qualche minuto prima, non ne aveva notata neanche una.
  • Whaley scarica il passeggero dopo aver superato di mezzo km l’alloggio di Oswald . Perché quest’ultimo avrebbe dovuto farsi a piedi tutta quella strada, considerando soprattutto la fretta mostrata scendendo dal bus intrappolato nel traffico?
  • E per finire, possibile che Whaley attese il sabato mattina per vedere la prima foto di Oswald, e quindi avvertire la polizia di averlo trasportato sul suo taxi, il giorno prima? Non è per caso che la polizia di Dallas si accorse che, da solo, il viaggio sull’autobus non stava in piedi, e cercò di “costruire” un’alternativa compatibile con la teoria del “pazzo solitario”?

Comunque, come abbiamo visto, la testimonianza di William Whaley si rivela inconsistente proprio nella sua essenza, e cioè, l’identificazione di Lee Oswald.

Ne consegue che i movimenti di Oswald  dei primi 30 minuti successivi alla sparatoria, così come riferiti dal Rapporto Warren, costituiscono un vero e proprio abuso della polizia di Dallas, prima, e dell’inchiesta governativa poi.

 

Ma esistevano prove o testimoni che avrebbero potuto condurre a ricostruzioni diverse da quella divenuta ufficiale?

Esistevano, eccome. Ma le dichiarazioni di quei testimoni furono colpevolmente ignorate dalla Commissione Warren, sebbene si confermassero a vicenda in maniera chiara ed inequivocabvile. Vediamo allora chi erano questi testimoni.

 

Roger Craig era un decorato vice sceriffo, che aveva sempre eccezionalmente operato nel suo lavoro. Ecco cosa disse il 23 novembre in una dichiarazione alla polizia di Dallas:

“Vidi il Presidente Kennedy passare mentre mi trovavo su Main Street, di fronte all’ufficio delle sceriffo. Stavo osservando il resto del corteo quando sentii un colpo di fucile, seguito in pochi secondi da altri due spari. Subito dopo il primo sparo iniziai a correre, girando l’angolo, e, con il poliziotto Buddy Walthers, dopo aver attraversato Houston Street e salito la collinetta erbosa su Elm Street, arrivammo nella zona recintata della ferrovia. Dopo un vana ricerca tornai su Elm Street, e  quando Walthers mi disse di un proiettile che aveva colpito il marciapiede nella parte sud di Elm Street, andai, con il vicesceriffo Lewis, alla ricerca di qualche traccia della pallottola. All’incirca in quel momento sentii un fischio sibilante, e girandomi vidi un uomo bianco, che provenendo dalla direzione del Texas School Book Depository,  correva giù dal pendio erboso dirigendosi verso quella che credo fosse una Rambler Station Wagon chiara, sulla quale poi salì. Il guidatore era un uomo bianco ma di carnagione scura. Provai ad attraversare la strada per parlare con quei soggetti, ma il traffico intenso mi impedì di raggiungerli. Riferii immediatamente l’episodio ad un uomo del servizio segreto, di cui non conosco il nome, quindi lasciai quell’area e andai subito al deposito libri per aiutare nell’ispezione dell’edificio.

Successivamente, quel pomeriggio, sentii che la polizia aveva arrestato un uomo, e chiamai il capitano Fritz per informarlo dell’episodio a cui avevo assistito dopo la sparatoria. Fritz mi chiese di andare immediatamente nel suo ufficio. Quando arrivai e vidi il sospetto che avevano fermato, identificai l’uomo che avevo visto correre giù dalla collinetta, il quale era poi salito a bordo della station wagon che aveva abbandonato la scena”.

Craig dichiarerà davanti alla Commissione Warren che se quell’uomo non era Oswald, si trattava di una persona che gli somigliava moltissimo. I detrattori del complotto  ricorreranno ai metodi più infami per screditare la testimonianza del vicesceriffo, dimenticando troppo facilmente che si trattava di un eccellente poliziotto, meritevole certamente di quella credibilità inspiegabilmente concessa a personaggi come Mary Bledsoe o Helen Markham.

Ma il grosso problema degli “amici” sostenitori del Rapporto Warren, è l’esistenza di fotografie e, soprattutto, di testimonianze, che confermano e suggellano l’episodio raccontato da Roger Craig.

Richard Randolph Carr osservò il corteo presidenziale da Houston e Commerce Street. Immediatamente prima della sparatoria, vide, a uno dei piani alti del deposito dei libri, un uomo che indossava una giacca sportiva marrone,. Un paio di minuti dopo l’ultimo sparo vide quell’uomo uscire dal deposito e salire a bordo di una Rambler station wagon.

James Worrell vide un uomo, quasi certamente lo stesso osservato da Carr, uscire dal retro del deposito e dirigersi a sud verso Houston Street.

Marvin Robinson stava guidando verso ovest su Elm Street, all’incirca 15 minuti dopo l’assassinio. Vide un uomo venir giù dalla collinetta erbosa ed entrare in una Rambler station wagon, che ripartì velocemente.

James Forrest, una donna che si era radunata con altre persone sulla collinetta erbosa, vide un uomo muoversi repentinamente dal retro del deposito dei libri e salire a bordo di una Rambler station wagon. La Forrest dichiarò che se quella persona non era Oswald, non poteva che essere il suo gemello monozigotico (identical twin).

 

Mettere in dubbio l’esistenza di quella Rambler station wagon, confermata anche da fotografie, sarebbe voler negare l’evidenza. Stesso discorso per un  uomo che vi era salito a bordo, e che sembrava proprio essere Oswald.

Dei 5 testimoni di cui sopra, la Commissione Warren convocò soltanto Craig e Worrell, ignorando completamente coloro che avrebbero definitivamente confermato il racconto del viceasceriffo. Il Rapporto Warren si giustifica dicendo che esistevano “prove schiaccianti” del fatto che Oswald si trovava altrove nei momenti descritti da Roger Craig, e che quindi il vicesceriffo si era sbagliato. E quali sarebbero le prove schiaccianti?

Forse i testimoni Bledsoe e Whaley?

No, la vera domanda è chiedersi come sia stato possibile che un’inchiesta ufficiale del governo degli Stati Uniti, creata per investigare sull’assassinio del suo Presidente, abbia operato in modo così pregiudizialmente superficiale, se non addirittura disonesto.

La risposta sta tutta nella tendenza di quella Commissione a risolvere il caso giungendo ad una conclusione che non fosse il complotto. Di conseguenza bisognava ricostruire i movimenti di Oswald in modo tale che costui apparisse, si, come un folle assassino, ma soprattutto che apparisse “SOLO”.

A dar credito, invece, a Roger Craig, il presunto assassino di Kennedy aveva, evidentemente, avuto dei complici. E questo significava “COSPIRAZIONE”.

Meglio allora credere a Mary Bledsoe!!!!

 

- Se l’uomo visto da Craig e dalla Forrest non fosse stato Oswald, ma solo uno che gli somigliava tantissimo, questo fatto non gioverebbe certo alla credibilità del Rapporto Warren. Infatti, l’episodio andrebbe naturalmente a collocarsi fra i tanti altri in cui, persone che somigliavano a Oswald, o che si presentavano come Oswald, avevano disseminato indizi che sarebbero dovuti, poi, ricadere su colui che passerà alla storia come l’assassino di John Kennedy. In una sezione molto periferica, il Rapporto Warren affronta il problema della possibile impersonificazione di Oswald, ma senza giungere alle conclusioni che sarebbe stato ovvio attendersi. In seguito, comunque, verranno alla luce documenti che dimostreranno l’esistenza di personaggi che si erano sostituiti ad Oswald con il chiaro intento di incastrarlo. Il più illuminante di questi documenti è la trascrizione della telefonata tra Hoover e Johnson, del giorno successivo all’assassinio, in cui il direttore dell’FBI informa il Presidente che a Città del Messico qualcuno si era presentato come Oswald alle ambasciate Cubana e Sovietica. Ma le foto e la voce del presunto Oswald non corrispondevano per niente a quello reale.

  L’assassinio dell’agente J. D. Tippit  
 
Tipkil
Questo fotomontaggio dei reperti 524 e 525 mostra l'intera scena del delitto Tippit. Il numero 1 indica il punto in cui giaceva il corpo del poliziotto. Il 2 indica la posizione del tassista Scoggins nascosto dietro la fiancata della sua auto, mentre l'assassino in fuga (linea gialla) passa dalla parte opposta dopo aver attraversato il prato della casa di Barbara e Virginia Davis (n. 3).

Le conclusioni ufficiali ci dicono che Oswald rientrò alla sua pensione, si cambiò, prese una pistola, e in tutta fretta uscì, incamminandosi in direzione sud, verso il luogo dove poi avrebbe ammazzato il poliziotto Tippit, il quale aveva fermato il suo carnefice sulla base di una descrizione diffusa via radio dalla centrale. Dopo una breve discussione tra i due, il poliziotto era sceso dalla macchina, e mentre stava girando intorno alla parte anteriore dell’auto, Oswald gli aveva sparato alcuni colpi di pistola. A questo punto Oswald, quasi ostentando la sua presenza sul luogo del delitto, si allontana senza fretta, lasciando cadere i bossoli vuoti mentre diversi testimoni lo osservano. In seguito, dice il Rapporto Warren, abbandonerà il suo giubbino in un’area di servizio lungo il tragitto verso il cinema Texas Theatre, dove sarà arrestato.

Ripartiamo ora dal dato certo di Oswald che rientra alla sua pensione, per uscirne di nuovo pochi minuti dopo. Ufficialmente l’arrivo nel suo alloggio fu collocato alle 13.00, mentre l’uscita successiva alle 13.03, anche se questi orari non possono che essere approssimativi.

Se Oswald si fosse mosso così come vuole il Rapporto Warren, difficilmente sarebbe arrivato in soli 25 minuti dal deposito alla sua stanza in affitto, vista tutta la strada  fatta a piedi, e le condizioni del traffico post-assassinio. In relazione al presunto viaggio di Oswald sul taxi di Whaley, teniamo presente che una prima ricostruzione dimostrò una durata di 9 minuti, e non i 5 di una manipolata simulazione successiva.

Di conseguenza verrebbe più naturale posticipare l’arrivo di Oswald alla pensione, che non anticiparlo. Ma la Commissione Warren deve stringere i tempi per poter collocare Oswald sulla scena del delitto Tippit.

Le registrazioni radio collocano alle 13.16 la chiamata grazie alla quale la polizia venne a conoscenza dell’omicidio. E la pensione di Oswald distava più o meno 1.5 km dal luogo del delitto. Quindi, se per assurdo considerassimo che l’omicidio avveniva nello stesso istante della telefonata alla polizia, Oswald aveva un tempo massimo di 13 minuti per arrivare da Tippit.

Ma, in una ricostruzione effettuata dalla CW, il finto Oswald impiegò addirittura  17 minuti e 45 secondi per arrivare all’angolo tra la Decima e Patton, dove fu ucciso Tippit.

Per cui Oswald non poteva aver ucciso il poliziotto, neanche per assurdo.

E se teniamo conto del fatto che, evidentemente, la telefonata fu fatta dopo il delitto, e vi sono prove che in questo caso fu fatta ben dopo il delitto, allora la collocazione di Oswald sulla scena del crimine diventa possibile solo ricorrendo ai paradossi della relatività di Einstein. Inoltre, grazie ad Earlene Roberts, sappiamo che Oswald, una volta uscito dalla pensione, rimase un certo tempo ad attendere alla fermata est dell’autobus, appena fuori dalla casa. E da quella fermata si andava verso nord, cioè in direzione opposta rispetto al luogo dell’omicidio Tippit.  La testimone, che si trovava alla finestra sulla strada, dichiarò che quando guardò fuori una seconda volta non vide più Oswald. Dunque, intanto, sembra che Oswald si volesse dirigere in una direzione diversa da quella presunta, e poi sappiamo per certo che perse del tempo alla fermata. E, infine, sappiamo che nessuno vide Oswald percorrere quel tratto di strada presunto dalla Commissione Warren.

A questo punto, ipotizzando che Oswald cambiò idea sul dove andare, è altamente improbabile che si mise in marcia prima delle 13.05.

 

Vediamo adesso se è possibile, sulla base delle testimonianze, stabilire l’ora della sparatoria.

Helen Markham, si trovava all’angolo nord-ovest dell’incrocio tra le Decima Strada e Patton Avenue, quando, ad alcune decine di metri da lei, vide un uomo sparare al poliziotto Tippit. La Markham, una testimone che definire discutibile è un puro eufemismo (almeno in relazione al riconoscimento di Oswald) lavorava come cameriera in un ristorante su Main Street, e tutti i giorni andava a prendere l’autobus delle 13.15, la cui fermata si trovava a 200-250 metri dalla sua casa sulla Nona Strada. Qualsiasi persona nei panni della Markham avrebbe certamente preso l’abitudine di partire da casa alle 13.00, o al massimo qualche minuto dopo, per poter arrivare alla fermata con ragionevole anticipo. Ed infatti, la donna dichiarò alla CW di essere partita da casa alle 13.00, o poco dopo.

Poiché il luogo della sparatoria era situato a circa metà del tragitto che la Markham percorreva a piedi, è ragionevole ritenere che non impiegasse più di 3-4 minuti per raggiungere l’incrocio tra Patton Avenue e la Decima Strada, e quindi non è pensabile che il delitto possa essere avvenuto dopo le 13.10.

Difatti, la Markham dichiarò che erano all’incirca le 13.06 quando arrivò all’incrocio tra la Decima e Patton.

La dichiarazione di T. F. Bowley , testimone ignorato dalla CW, combacia perfettamente con i tempi indicati, direttamente o indirettamente, dalla Markham. Bowley stava transitando verso ovest sulla Decima quando vide il corpo di Tippit a terra. Guardò il suo orologio; segnava le 13.10. Si fermò, scese subito, e in presenza di alcune persone cercò di aiutare il poliziotto, rendendosi subito conto che non c’era più nulla da fare. A questo punto vedendo che un altro testimone, Domingo Benavides, non era capace di usare la radio di Tippit, prese il suo posto e avvertì la polizia dell’accaduto.

E veniamo proprio a Domingo Benavides. Questi fu il testimone che si venne a trovare a soli 5-6 metri dall’omicidio. Transitava da lì con il suo furgone proprio mentre partivano i colpi, e improvvisamente, sterzando verso destra, andò a bloccare il suo mezzo salendo con le ruote sul marciapiede. Ovviamente impaurito, abbassò la testa sulle gambe e, a suo dire, rimase in quella posizione alcuni minuti, preoccupato che il killer potesse sparare anche a lui.

Ammettendo che Benavides si fosse sbagliato in eccesso nel dire che rimase nascosto “alcuni minuti”, sicuramente, data la sua vicinanza ai fatti, la paura fu tanta, e almeno per un minuto, o anche qualcosina in più, è normale che il testimone sia rimasto ben accovacciato. Aggiungiamoci un po’ di tempo perso nel tentativo di aiutare la vittima, e quello perso nel cercare di chiamare la polizia con la radio dell'auto di Tippit. Solo a questo punto entra in scena Bowley, il quale dichiara che erano le 13.10. Bowley stava andando a prendere sua moglie che lavorava lì vicino, per cui, molto probabilmente, la sua intenzione di fermarsi sulla scena del delitto lo indusse a controllare l’orario, che in seguito avrebbe ricordato con precisione.

Operando, dunque, alcune semplici sottrazioni, ci accorgiamo che l’ora dell’uccisione del poliziotto Tippit corrisponde perfettamente con l’orario in cui la Markham si trovava a passare dall’incrocio tra Patton e la Decima.

Tra le 13.06 e le 13.08.

E se è vero che Oswald si stava dirigendo a piedi verso il luogo del delitto, mentre Tippit moriva egli si trovava ad almeno 1 km di distanza. A meno che non si voglia ipotizzare la collaborazione di qualcuno (ad esempio lo stesso Tippit) che accompagnò Oswald in macchina. Ma qui si riaprirebbero quei scenari complottisti che la Commissione Warren volle evitare in tutti i modi.

Quindi Oswald non poteva essere il colpevole. E se anche posticipassimo il delitto di 5 minuti, tra le 13.11 e le 13.13, orari apparentemente più compatibili con la chiamata alla polizia delle 13.16, Oswald comunque non avrebbe fatto in tempo a trovarsi nel punto in cui Tippit fu ucciso.

 

(Per quanto riguarda, poi, la chiamata con la quale si avvertì la polizia dell’omicidio, chiamata che le trascrizioni collocano alle 13.16, ci sarebbe da fare un articolato discorso a parte. Infatti, sono state sollevate molte questioni sull’autenticità della trascrizioni, relative alle comunicazioni radio della polizia di Dallas durante quei drammatici 45 minuti del 22 novembre 1963. I critici del Rapporto Warren si sono legittimamente chiesti cosa ci facesse Tippit in una zona non di sua competenza, quando fu ucciso. E poi non si capisce la necessità di coprire una zona al momento assolutamente tranquilla, quando solo qualche minuto prima era stato ordinato a tutte le auto della polizia di portarsi nei pressi della Dealey Plaza. La Commissione Warren inizialmente cercò, invano, una qualche comunicazione in cui si ordinasse a Tippit di coprire la zona di Oak Cliff. Ma solo 4 mesi dopo i fatti, ecco miracolosamente saltar fuori un contatto radio tra la centrale e Tippit, in cui, inspiegabilmente, veniva ordinato al poliziotto di portarsi, per ogni evenienza, nella zona di Oak Cliff. Come sappiamo, l’evenienza fu il suo assassinio. Non si saprà mai il nome del centralinista che diede questa disposizione.

Poiché alla trascrizione eseguita dalla polizia di Dallas ne seguì un’altra ad opera dell’FBI, quest’ultima sensibilmente diversa dalla prima, abbiamo buoni motivi per dubitare che il lavoro del Federal Bureau  riproducesse fedelmente lei comunicazioni radio avvenute.)

 

Ma il Rapporto Warren afferma l’esistenza di diversi testimoni oculari che identificarono Lee Harvey Oswald come l’assassino di Tippit, o comunque come l’uomo che si allontanò dalla scena con una pistola tra le mani.

Vediamoli.

Come abbiamo già detto sopra, il testimone più prossimo al delitto fu Domingo Benavides. Ma questi si dichiarò non in grado  di poter riconoscere l’assassino, e la polizia, ovviamente, non ritenne necessario che Benavides assistesse a un line-up per l’identificazione del sospetto. Nonostante qualche inaffidabile ripensamento postumo, Benavides confermò indirettamente la sua incapacità di un’identificazione anche davanti alla Commissione Warren.

Quindi, il solo testimone oculare dell’omicidio, a cui con molto coraggio la Commissione Warren avrebbe poi creduto, era Helen Markham. Ma, in questo caso, come in quello di Mary Bledsoe, è necessario riportare un breve spezzone della sua testimonianza. Al lettore, poi, il compito di valutare se l’identificazione effettuata da questa donna fosse degna di qualche briciolo di credibilità.

Ad interrogarla troviamo il solito avvocato Joseph Ball, accondiscendente e comprensivo suggeritore.

 

BALL -  Quando entrò nella stanza osservò attentamente quelle quattro persone?

MARKHAM - Si, signore.

BALL - Riconobbe qualcuno dei quattro?

MARKHAM - No, signore.

BALL - No? Vide qualcuno ….le ho fatto questa domanda prima….riconobbe qualcuno dalla loro faccia?

MARKHAM - Dalla faccia, no.

BALL - Identificò qualcuno di quelle quattro persone?

MARKHAM - Io non conoscevo nessuno.

BALL - Lo so che non conosceva nessuno, ma una persona in quel line-up somigliava a qualcuno che aveva già visto prima?

MARKHAM - No, non avevo mai visto nessuno di loro. Nessuno dei quattro.

BALL - Nessuno dei quattro?

MARKHAM - Nessuno di loro.

BALL - Nessuno di tutti e quattro?

MARKHAM - No, signore.

BALL - C’era un uomo sotto il n. 2?

MARKHAM - Il numero 2 è quello che indicai.

BALL - Bene, pensavo lei mi avesse detto che non ……

MARKHAM - Io credevo che lei mi avesse chiesto di descrivere i vestiti.

 

(Commento: per ben 6 volte la testimone afferma di non aver riconosciuto nessuno dei quattro uomini schierati nel line-up. A questo punto l’interrogante facendo ricorso a una domanda che definirei contemporaneamente stupida e gravemente scorretta, chiede se “c’era un numero 2 lì”. Ma la risposta sarà anche peggio. La Markham, infatti, giustificherà le 6 mancate identificazioni, affermando del tutto insensatamente  che pensava di dover descrivere l’abbigliamento.)

 

BALL - Lo riconobbe dal suo aspetto?

MARKHAM - Lo guardai. Quando vidi quell’uomo ….. io non ero sicura…..ma ebbi come una sensazione di freddo gelido su tutto il corpo.

BALL - Quando lo vide?

MARKHAM - Quando vidi l’uomo. Ma non ero sicura, così, lei capisce, dissi loro che volevo essere sicura….e allora chiesi se potevano girarlo di profilo. E allora quando lo girarono, e io dissi il secondo, loro mi chiesero quale, e io dissi il

numero 2 ……

 

Non posso che essere d’accordo con chi ha definito “mistica” questa pseudo-identificazione. Inoltre, la testimone, nel corso di una seconda convocazione davanti alla CW, dichiarò palesemente il falso quando le furono chiesti dei chiarimenti a proposito di una sua conversazione telefonica con l’avvocato Mark Lane, il primo tenace oppositore della teoria ufficiale.

Lane aveva chiamato la Markham al ristorante dove lei lavorava, e, presentandosi correttamente, le aveva chiesto di poter discutere di una intervista da lei rilasciata a un giornale di Dallas, in cui la Markham descriveva l’assassino di Tippit in termini assolutamente incompatibili con le caratteristiche fisiche di Oswald. Sebbene nella circostanza la testimone aveva leggermente attenuato la descrizione data al giornalista Hugh Aynesworth, nella sostanza ribadì che l’uccisore del poliziotto era basso, tarchiato, e aveva i capelli folti. Oswald, invece, era abbastanza alto, per niente tarchiato, e i suoi capelli erano tutt’altro che folti.

Mark Lane, all’insaputa della Markaham, registrò la telefonata, e in seguito consegnò alla Commissione Warren il nastro della registrazione. Quindi la CW riconvocò la testimone per discutere del contenuto di quella telefonata.

Inizialmente la donna negò ripetutamente di aver mai parlato con qualcuno, e addirittura negò che la voce sul nastro fosse la sua. Messa alle strette dal legale Wesley Liebeler, la Markham dovette riconoscere entrambe le circostanze, ma continuò ad affermare che quell’uomo si era presentato come uno della polizia di Dallas, e precisamente aveva detto di essere il capitano Fritz. Ma questa, evidentemente, era un’altra falsità. La testimonianza, da quel punto, sarà caratterizzata da un susseguirsi di risposte penosamente sconclusionate, tanto che la Markham, rendendosi conto delle molteplici contraddizioni prodotte, alla fine chiese al suo interrogante se aveva  qualcosa da temere a causa di quella “faccenda”. Liebeler si premurò di tranquillizzarla, ma dal modo in cui la licenziò si intuisce che non aveva molto apprezzato la testimonianza, e ancora di meno la testimone.

In conclusione, dato che, come ho detto sopra, la testimonianza di Mary Bledsoe sarebbe stata demolita anche dal più inesperto degli avvocati difensori, per quanto riguarda Helen Markham non c’era nemmeno bisogno della difesa. Lei si sarebbe demolita da sola.

 

Quindi, i due testimoni più vicini alla scena del crimine, Benavides e Markham, non solo sarebbero stati a dir poco inservibili, in una seria inchiesta, ma avrebbero fortemente alimentato la convinzione che ad ammazzare Tippit non era stato Oswald.

Veniamo adesso a quei testimoni che, dopo aver sentito i colpi, assistettero alla fuga di un uomo che impugnava una pistola.

Il primo di questi è William Scoggins, un testimone che possiamo definire a metà strada tra quelli che videro l’assassinio e quelli che assistettero alla fuga.

Egli, infatti, notò qualcuno avvicinarsi alla macchina di Tippit, ma non vide la sparatoria. Successivamente, dopo aver udito i colpi, vide un uomo armato di pistola, allontanarsi dalla scena e dirigersi dalla Decima Strada verso l’incrocio con Patton Avenue, e cioè proprio dove egli aveva parcheggiato il suo taxi, all’interno del quale stava consumando il pranzo.

Scoggins disse al legale della CW, avvocato Belin, che subito dopo aver sentito i colpi di pistola scese dal suo taxi nel tentativo di allontanarsi da lì, ma quando vide l’assassino dirigersi verso di lui, per non essere visto si nascose abbassandosi dietro la fiancata sinistra del suo taxi.

Scoggins dirà che “gli era sembrato di averlo visto in faccia”, e se le parole hanno un senso, non possiamo certo essere molto tranquilli sulle sue capacità di un’identificazione successiva. Anche la sua memoria, su ciò che il fuggitivo indossava, lascia molto a desiderare, nel caso l’assassino fosse stato veramente Oswald. Quest’ultimo, infatti, indossava una camicia marrone, ma Scoggins, come già qualche altro testimone,  la fece diventare chiara. Scoggins, inoltre, riuscì a non vedere Helen Markham che si trovava a pochi metri da lui all’angolo opposto dell’incrocio tra la Decima e Patton, nonostante che la donna stesse urlando abbastanza da essere vista e udita dalle signore Davis, sebbene queste ultime si trovassero a una distanza maggiore dalla Markham.  

Dopo il line-up a cui Scoggins prese parte, e in seguito al quale, si dice, identificò Lee Oswald come l’assassino di Tippit, alcuni uomini del servizio segreto, o dell’FBI, gli mostrarono delle foto, tra le quali vi era anche quella del presunto assassino di Kennedy, chiedendogli di indicare la fotografia di Oswald. Dopo averne selezionate due su cinque, tra cui quella di Oswald, quando si trattò di fare la scelta definitiva Scoggins indicò la foto sbagliata.

Come abbia fatto quest’uomo ad identificare come Oswald una persona che “gli era sembrato di aver visto in faccia”, senza poi riuscire ad individuare tra due foto l’uomo che ha appena visto nel line-up, è una delle tante incongruenze insite nelle testimonianze dei testimoni dell’omicidio Tippit.

Infine, poiché Scoggins sostenne il line-up insieme al collega Whaley, e quest’ultimo aveva dichiarato che durante quel confronto Oswald si era identificato da solo con il suo atteggiamento di protesta verso i poliziotti, perché l’avvocato Belin non indagò quella circostanza, omettendo di chiedere a Scoggins se la sua identificazione di Oswald  fosse stata condizionata dal comportamento plateale dell’indagato?

E come mai Scoggins, di sua iniziativa, non accennò minimamente alle proteste di Oswald?

Considerando la fallita identificazione fotografica, è più che legittimo il sospetto che Scoggins possa aver indicato  il n. 3 grazie al comportamento di Oswald.

Passiamo adesso a Barbara e Virginia Davis, le due donne (cognate) che abitavano nella casa all’angolo sud-est dell’incrocio tra la Decima Strada e Patton Avenue.

Entrambe identificarono Oswald, in un line-up svoltasi la sera del 22 novembre, come l’uomo armato di pistola che aveva scaricato alcuni bossoli vuoti mentre si allontanava dalla scena attraversando il prato davanti alla loro abitazione. Insistendo in una discutibile conduzione dei confronti, la polizia consentì anche a queste due testimoni di procedere all’identificazione senza che ad ognuna di esse fosse impedita la possibilità di essere condizionata dalla scelta dell’altra. Sarebbe stato molto interessante vedere cosa avrebbero indicato tutti testimoni se avessero sostenuto singolarmente i line-up.

Le sorelle Davis erano sedute l’una affianco all’altra, e nonostante le assicurazioni di Barbara, la quale testimoniò di aver sussurrato il n. 2 di Oswald al poliziotto seduto alla sua destra, facciamo molta fatica a credere che Virginia non abbia sentito Barbara o che, soprattutto, Barbara non abbia sentito Virginia mentre quest’ultima si allungava sopra di lei per “sussurrare” il numero 2 allo stesso innominato poliziotto.

Barbara Davis, comunque, testimoniò di aver visto solo di profilo il presunto assassino di Tippit, e secondo lei quest’ultimo indossava una “giacca nera” e una “camicia chiara”. Oswald, invece, aveva addosso, sicuramente, una camicia marrone, e il Rapporto Warren ci dice che sopra di essa vestiva una giacca grigio chiaro. La testimone, infatti, non riconoscerà i reperti dell’abbigliamento che il legale della Commissione cercherà di farle identificare.

Barbara Davis, inoltre, replicherà in modo molto poco convincente quando le verrà chiesto se avesse guardato la TV o i giornali, prima di assistere al line-up. E’ ragionevole ritenere che le due sorelle non avessero affatto guardato la televisione quel pomeriggio, quando tutta l’America era rimasta incollata per ore al piccolo schermo?

E’ credibile una testimone che ritiene di poter riconoscere una persona vista di profilo solo per pochi secondi, e ad una certa distanza, quando riesce a confondere il nero con il chiaro, e viceversa?

E veniamo a Ted Callaway e Sam Guinyard, due testimoni che videro il fuggitivo venir giù da Patton Street e dirigersi a ovest su Jefferson Boulevard. Entrambi, dice il Rapporto Warren, identificarono Lee Oswald nel corso dell’ultimo line-up di quel venerdì 22 novembre.

Poiché i due testimoni dichiararono di essersi trovati pressoché nella stessa posizione quando avevano osservato la fuga del sospetto assassino, le contraddizioni che emergono dal confronto delle loro deposizioni non fanno altro che aggiungere ulteriori dubbi e sospetti sulla genuinità e, quindi, sull’attendibilità delle testimonianze connesse al caso Tippit.

Ted Callaway indicò il n. 2 durante il line-up, e sembrerebbe che quel numero corrispondesse a Oswald. Guinyard, invece, indicò il secondo uomo partendo dal lato est, cioè da destra. Quindi, essendo 4 gli uomini allineati, indicò il n. 3, e non Oswald.

Guinyard, inoltre, disse che i gli uomini nel line-up non erano tutti dello stesso colore. Invece, lo erano.

Secondo Callaway, il fuggitivo si era portato sul lato ovest di Patton Avenue subito dopo aver attraversato il giardino delle signore Davis, e cioè mentre si trovava a una distanza di circa 100 metri da lui. L’uomo si sarebbe poi diretto a sud verso Jefferson Boulevard, passando a quasi 20 metri da Callaway sull’altro lato della strada. E questa è la versione riferita dal Rapporto Warren.

Per Guinyard, invece, il pistolero non aveva affatto attraversato Patton, ma aveva continuato la sua fuga rimanendo sul lato est della strada, passando a poco più di 3 metri da dove egli si trovava insieme a Callaway.

Come è possibile che due testimoni situati nello stesso punto abbiano visto la stessa scena in modo così platealmente diverso?

Callaway disse alla Commissione che, quando il fuggitivo si era trovato alla distanza minima da lui, gli aveva urlato chiedendo: “Ehi, cosa diavolo è successo lì?”. Guinyard non accenna nemmeno a questo “coraggioso atto verbale” di Callaway, e l’interrogante Joseph Ball non mostra alcuna intenzione di esaminare il testimone su questo punto. Probabilmente l’avvocato della Commissione non volle rischiare che Guinyard contraddicesse ulteriormente la testimonianza del suo capo, e fece in modo che quella deposizione non si dilungasse molto oltre.

Infine, per quel che riguarda l’abbigliamento, Callaway non identificò la camicia di Oswald, poiché a suo dire non era visibile sotto la giacca grigia. Guinyard, al contrario, vide “benissimo” che si trattava di una camicia marrone, sotto la quale vide “benissimo” una maglietta bianca. Ovviamente aveva riconosciuto molto bene anche la giacca grigia. Ma data l’imbarazzante qualità della testimonianza, la straordinaria memoria di Guinyard in riferimento al vestiario ci sembra più che altro la conseguenza di una lezioncina imparata a memoria, che non il risultato di una sua attenta osservazione del fuggiasco.

 

Per concludere con i testimoni del delitto Tippit, diamo un’occhiata alle dichiarazioni di Warren Reynold, che, come Callaway e Guinyard, si trovava nei pressi dell’incrocio tra Patton Avenue e Jefferson Boulevard, quando osservò un uomo armato di pistola girare l’angolo nord-ovest di quell’incrocio e dirigersi a ovest su Jefferson.

Chiariamo subito che Reynolds non sostenne alcun confronto con Oswald. Addirittura la prima volta che parlò con le autorità fu il 21 gennaio 1964, vale a dire 2 mesi dopo i fatti. E il Rapporto Warren ci dice che durante il primo contatto con l’FBI “il testimone non fece una positiva identificazione di Oswald”. Questo dovrebbe bastare per farsi un’idea del livello di affidabilità di Warren Reynolds. Ma dopo che uno sconosciuto aveva provato a farlo fuori sparandogli un colpo alla testa, Reynolds, miracolosamente sopravvissuto, si accorse che nella sua testa erano sopraggiunte mutazioni mnemoniche di un certo rilievo, per cui, da quel momento, sarebbe stato capace di identificare Oswald. Ma solo nella sua mente, come dichiarò all’avvocato Wesley Liebeler.

E c’è un ulteriore episodio, connesso alle dichiarazioni di Reynolds, che ci dimostra quanto sia strano il mondo. Sbirciando nella sua testimonianza, scopriamo che questo signore era in buoni rapporti con il generale Edwin Walker, un ex ufficiale politicamente collocato all’estrema destra. Come tutti sappiamo, nell’aprile del 1963 qualcuno tentò di assassinare Walker, sparandogli un colpo di fucile mentre si trovava dietro la scrivania della propria casa. Per sua fortuna il proiettile non arrivò sull’obiettivo grazie ad una provvidenziale deviazione. In modo molto “postumo” e senza alcuna prova, di quel tentativo di omicidio fu incolpato il povero Oswald, e la Commissione Warren aveva trovato in quell’accusa un modo per rinforzare l’ipotesi che Oswald avesse ucciso Kennedy e Tippit.

Tornando alla testimonianza di Reynolds apprendiamo che fu proprio Walker che, con un telegramma, suggerì alla Commissione Warren di convocare e interrogare lo stesso Reynolds. Quest’ultimo disse all’avvocato Liebeler che l’ultima volta che aveva discusso con Walker era stato proprio quella mattina, prima di presentarsi davanti alla Commissione, e che l’oggetto della conversazione telefonica era stata la sua imminente testimonianza. Quando Liebeler tentò di approfondire i motivi di quella telefonata con Walker, Reynold rispose, cortesemente, che non intendeva discutere del contenuto di quella conversazione.

Ora, sarebbe certamente sbagliato voler a tutti i costi attribuire qualcosa di losco al rifiuto di Reynolds, ma è altrettanto certo che la già compromessa credibilità del testimone non trova alcun giovamento nei suoi rapporti e nelle sue irrivelabili conversazioni telefoniche con il generale fascista Edwin Walker.

 

Abbiamo dunque analizzato abbastanza approfonditamente le testimonianze degli 8 testimoni principali della scena del delitto Tippit. Molto difficilmente, in un regolare processo, le deposizioni di cui sopra avrebbero potuto incriminare Lee Harvey Oswald per l’omicidio del poliziotto J. D. Tippit, soprattutto alla luce delle enormi e colpevoli irregolarità intervenute nella conduzione dei confronti all’americana, e del modo scandalosamente disonesto con cui la polizia di Dallas ignorò, o calpestò, i più elementari diritti legali dell’indagato.

Il Rapporto Warren afferma che furono almeno 12 i testimoni dell’assassinio del poliziotto. Gli altri 4 sarebbero stati William Smith, Harold Russell, Pat Patterson e L. J. Lewis, i quali, come Reynolds, parlarono solo 2 mesi dopo i fatti.  Ma queste persone si vennero a trovare in posizioni troppo periferiche per poter dare un qualsiasi contributo al caso di cui stiamo parlando. In questo senso, il migliore esempio è William Arthur Smith, la cui posizione ci viene indicata dal reperto 1968, che vedete qui sotto.

tipkil2

Smith si trovava all’angolo tra la Decima Strada e Denver Street, cioè ad un centinaio di metri dal luogo del delitto, e si pretende di poter affermare che il testimone fosse poi capace di identificare un uomo che, per giunta, si allontanava da lui.

Il motivo per cui la Commissione Warren non mostrò alcun pudore nella citazione di  “testimoni” come Smith, fu la malcelata consapevolezza della scarsa consistenza di tutti quei testimoni potenzialmente più importanti. Ai responsabili dell’inchiesta, dunque, non rimaneva che puntare sulla quantità, ma così facendo, ottennero solo un ulteriore abbassamento della qualità media di quelle testimonianze.

 

A termine di questa lunga maratona sul caso Tippit, possiamo  ragionevolmente affermare che la pretesa colpevolezza di Oswald riguardo all'assassino del Presidente Kennedy, non la si può certamente dimostrare e avvalorare presumendo quell’inclinazione alla violenza che l'ex marine avrebbe poi confermato con l’assassinio di Tippit. Qualcuno della Commissione Warren disse che la responsabilità di Oswald della morte del Presidente la si dimostrava proprio col fatto che aveva ucciso Tippit. E si potrebbe anche dire che Oswald uccise Tippit perché aveva appena ammazzato Kennedy.

Ma a parte queste infondate quanto inutili soluzioni teoriche, la Commissione Warren si dimostrò assolutamente incapace di dare le risposte che il popolo americano si attendeva, o anche solo una decente spiegazione di ciò che era avvenuto a Dallas il 22 novembre 1963.

 

Giuseppe Sabatino

 

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