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L'assassinio di John Fitzgerald Kennedy
 
 
I portavoce della teoria ufficiale
 

 

Un commento su

"Ecco chi ha ucciso John Kennedy"

il libro di Diego Verdegiglio

 

Diego Verdegiglio
 

In Italia, l’unica conseguenza del libro “Case closed” di Gerald Posner, di cui ho ampiamente scritto, fu il contributo alla  pubblicazione di “Ecco chi ha ucciso John Kennedy”, il cui autore, Diego Verdegiglio, ha onestamente ammesso di essersi ispirato all’opera dell’avvocato newyorkese.

Qualche tempo fa, in un diverso contesto, avevo analizzato il libro di Verdegiglio, evidenziandone non solo gli errori e le omissioni, ma la stessa concezione di base. “Ecco chi ha ucciso John Kennedy”, infatti, non si preoccupa di approfondire e analizzare in modo imparziale la documentazione disponibile sull’assassinio del Presidente, ma concentra la sua attenzione nell’inutile sforzo di demonizzare o screditare alcuni personaggi che, in ruoli e modi diversi, hanno duramente contestato le conclusioni raggiunte dalle commissioni d’inchiesta. Un po’ come fanno ormai quasi tutti i politici, i quali anziché chiedere il consenso degli elettori preoccupandosi di proporre validi programmi, cercano soprattutto di screditare il lavoro e i progetti dei loro avversari.

Le 600 pagine del libro sono state molto spesso presentate come se questo numero, da solo, potesse garantire analisi dettagliate e grande preparazione dell’autore sulla documentazione ufficiale. Ma se al volume togliessimo le 140 pagine di note e indici, e le prime 95 che non parlano dell’attentato,  il grande libro si ridurrebbe già a dimensioni  insufficienti per contenere un accurato e particolareggiato esame, degno della complessità del caso in questione.

Ci sono poi 50 pagine di opinioni di esperti vari, come medici patologi e periti balistici, che dovrebbero dare un contributo tecnico, scientifico e medico legale, alle tesi sostenute da Diego Verdegiglio, il cui scopo principale è quello di dimostrare la sostenibilità della teoria del proiettile singolo. Ora, a parte il fatto che la selezione degli esperti e delle domande l’ha decisa Verdegiglio, faccio notare che i medici che videro, e nel caso di Connally, curarono le ferite delle vittime, si limitarono ad ammettere la possibilità del “single bullet”, solo a seguito di pressanti domande ipotetiche poste loro dai legali della Commissione Warren. Ma il dottor Shaw, ad esempio, una volta visto il reperto 399, praticamente intatto, fece chiaramente intendere di non ritenere possibile l’ipotesi che quella pallottola avesse provocato tutte le ferite di Connally senza perdere sostanza e senza deformarsi.

A questo punto che significato possiamo attribuire alle opinioni dei medici interpellati da Verdegiglio, che in nessun modo potrebbero essere più informati e, quindi, più qualificati di quanto lo furono i loro colleghi intervenuti direttamente a prestare soccorso alle vittime della tragedia di Dallas?

Riguardo poi ai periti balistici, quanto possono essere qualificati a rispondere esperti che non hanno mai visto e provato il fucile di Oswald?

Che senso ha il fatto che queste persone riconoscono al Mannlicher-Carcano la potenzialità di provocare i danni attribuitigli dalla Commissione Warren, quando i periti dell’epoca che lo avevano esaminato testimoniarono che quel fucile era difettoso?

E quando tre dei migliori tiratori del mondo, dopo averlo aggiustato, non riuscirono ad eguagliare neppure lontanamente la performance attribuita ad Oswald, sebbene sparassero a bersagli fissi, da distanze minori e da altezze minori rispetto al presunto assassino?

Gli esperti di Verdegiglio affermano che le radiografie dimostrerebbero la direzione da dietro del proiettile che colpì la testa di Kennedy. Vediamo cosa disse qualcuno certamente più informato dei medici interpellati da Verdegiglio, i quali non mi risulta abbiamo mai esaminato le radiografie originali.

Il 17 novembre 1993, testimoniando davanti a John Conyers, presidente del sottocomitato per la legislazione e la sicurezza nazionale, Randolph Robertson, un radiologo del Tennessee, dichiarò di aver condotto, agli Archivi Nazionali, un accurato esame delle radiografie originali del cranio di John Kennedy, e che quel materiale dimostrava che JFK era stato colpito alla testa da due proiettili esplosi contemporaneamente, provenienti uno dal davanti e l'altro da dietro.

Robertson potrebbe anche essere in errore, certo, ma allora come possiamo considerare affidabili i pareri di esperti che non hanno mai avuto a che fare con la documentazione medica originale?

E' chiaro quindi, che le parole dei periti interrogati da Verdegiglio,  non possono aver alcun valore, indipendentemente dalla loro professionalità e competenza. Dunque, abbiamo eliminato altre 50 pagine.

Ne restano circa 300, che comprendono un capitolo dedicato alle cronache dei giornali dell’epoca e alle opinioni di personaggi e giornalisti che non avevano alcuna idea della documentazione ufficiale, e le cui opinioni non aggiungono nulla di interessante alla discussione sull’assassinio.

Nel libro di Verdegiglio, persino Mino D’Amato, il giornalista televisivo, è riuscito a guadagnarsi una doppia citazione. Senza parlare di Frank Sinatra, Kevin Costner, e Sophia Loren. Ma se cercate il nome di Troy Eugene West, o qualche stralcio della testimonianza di Mary Bledsoe, non troverete nulla. E sto parlando di testimoni che sarebbero stati forse determinanti in un eventuale processo contro Oswald. Se voleste sapere qualcosa su Lillian Mooneyham (vedi CE 2098) o foste curiosi di vedere la foto scattata da un certo James Powell, non troverete nulla nel libro di Verdegiglio. E anche in questo caso ho citato testimoni che avrebbero potuto sostenere con pesanti indizi l’innocenza del presunto assassino di Kennedy. E sono appena alcuni esempi dei tanti possibili.

Ma, evidentemente, la difesa di Oswald, e quindi una obiettiva valutazione del caso, non sono aspetti che interessavano particolarmente l’autore.

Nel giudicare la parte rimanente del libro, e rimane poco, potrei speculare sia su banali che su gravi inesattezze di Verdegiglio, o sui ridicoli errori di calcolo relativi alla tempistica teorizzata nella ricostruzione della sparatoria, ma non voglio ripetermi, anche perché dovrei riproporre molto di quello che ho già scritto negli articoli dedicati a Massimo Polidoro e al sito johnkennedy.it.

Il messaggio che intendo inviare a Verdegiglio è, nella sostanza, un invito a ridimensionare sensibilmente la sua convinzione di aver risolto, con l’aiuto di "Case closed", il mistero della morte di Kennedy. Il suo libro, come quello di Posner, non rende un servizio alla verità, e nemmeno rappresenta un corretto tentativo di ricercarla.

 

Giuseppe Sabatino

 

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